martedì 30 luglio 2013

Romanzo a puntate - Quinta parte - Fuga indietro




Per il Natale 2012 Nicole sarebbe venuta a trovarmi.
Natale per me aveva sempre significato un periodo orribile. Al Natale associavo solo ricordi orribili. Nemmeno un bel ricordo per quanto mi sforzassi mi veniva in mente. Forse solo una vaga memoria di quando ero bambino, che si legava ad un albero di Natale e a delle palline colorate, sbiadite dagli anni e dal ricordo troppo lontano.
Il fatto che Nicole dagli Stati Uniti venisse in Italia mi rendeva il pensiero di quei giorni meno orribile.
Nicole era sulla quarantina. Era una donna attraente sebbene per me una donna di quarant’anni fosse già fuori dai miei schemi.
Via Facebook avevamo spesso chattato durante il mio periodo hogtie.
Mi aveva confessato che a lei l’idea di essere legata, bendata e sottomessa  la eccitava.
Era altezzosa e proprio per questo forse l’idea di doversi sottomettere la eccitava. L’idea di divenire uno strumento di piacere nel rapporto intimo la provocava. Divenire uno pezzo di carne nelle mani di un uomo era una sua fantasia sessuale.
Da parte mia avevo voglia di infierire su di lei, di trasformarla in un grumo di carne e muscoli.

-          I can’t believe tomorrow is Dec. 1st . The year flew – mi disse una volta via chat – Jacob moved out a year ago…

Le risposi citando Lorenzo de’ Medici.

Quant’è bella giovinezza
Che si fugge tuttavia!
Chi vuol esser lieto, sia:
Di doman non c’è certezza

-          E’ bello - rispose
-          Are you regretting the times with Jacob? – le chiesi
-          No, not at all. Thinking how relatively peaceful the year has been – all things considered…but seriously, it has been a much more peaceful year in my home and in my heart. My regret is that Jacob and I can’t have more closure – financially and otherwise – for quite some time. But I can live with this
-          It’s the heart that counts
-          Yes. I am very clear about Jacob – what I miss is what I wanted to have but didn’t have. What I like is that we don’t hate each other. We fight so much less. I don’t have to deal with so much of his narcissism. I am free of those chains in my home. So each  day I am happier and stronger

Ma quando Nicole mi portava dentro questi problema della sua vita del suo ex in me diminuiva il desiderio sessuale e la voglia di possederla che prima mi aveva eccitato.
Pensandoci mi rendevo conto che avevo legato il desiderio sessuale all’ignoto. Meno sapevo di una persona, più mi appariva solo una maschera senza anima, un involucro, più mi era aliena nel corpo e nello spirito tanto più la desideravo.
L’idea di baciare un sesso completamente estraneo, di accarezzare un corpo sconosciuto mi poneva davanti all’assurdo. L’assurdità di non comprendere generava il desiderare: cupio quia absurdum. Nel rapportarmi all’assurdo prendevo coscienza della mia passione e la passione diveniva la consolatio dell’assurdo: credo quia consulans.

Così andava il mondo in quei giorni. Non succedeva nulla ed in realtà succedeva tutto. Il mondo cambiava ad una velocità pazzesca, cambiavano i governi, cadevano le dittature, scoppiavano le rivolte in nord Africa e la gente si indignava in Europa, si scendeva in piazza in mezzo mondo, nuove guerre scoppiavano in medio oriente e accrescevano le tensioni in Asia. La grande pace nata dalla paura della Prima e della Seconda Guerra Mondiale  si assottigliava. Tutto correva ad una velocità folle lungo il web. Era impossibile starci dietro, tutto era troppo veloce. Quantità impressionanti di informazioni urtavano ogni giorno la capacità limite del tuo cervello.
Eppure nonostante ciò, avevi l’impressione che non succedesse nulla. Che la realtà fosse immobile, immutabile tanto era spesso ed alto il muro di quel Nuovo Ordine che andava concretizzando nelle mani di pochi, che ti regolava la vita, determinava i pensieri, creava il mondo in cui abitavi con una forza che muoveva dal centro verso l’esterno. Il centro era la matrix di quel Nuovo Ordine che nella sua spinta, fuori di sé creava il consensus che lo legittimava e gli dava il diritto di esistere.
All’esterno c’erano solo corpi. Miliardi di corpi che erano l’oggetto di quell’egoismo centrifugo.

In quei giorni conobbi Kazumi.
Uscimmo un paio di volte insieme e pareva che tutto andasse bene.
Ci eravamo incontrati spesso al caffè Floriàn. Mi piaceva Kazumi. Sorrideva sempre. Era sempre elegante e si vestiva con colori vivaci. Adorava il rosa e a lei che aveva un carnato scuro ben si adattava.
Diceva che il segreto della sua felicità erano cantare (era una soprano) mangiare bene e dormire.
Io volevo imparare il segreto della sua felicità e lei ne pareva entusiasta.
Ma poi cominciò a dirmi che un giorno doveva andare alla terme, che un altro giorno doveva andare sulle montagne sopra Pistoia con un gruppo di hicking di notte per incontrare i lupi. Un’ altra volta mi disse che doveva andare in Chianti per una degustazione di vino di due giorni.
Finché poi mi disse:

-          Devo dirti una cosa…io ho un amico, un amico speciale…
-          Un amico speciale? Intendi un ragazzo?
-          Non vorrei chiamarlo “il mio ragazzo” preferisco chiamarlo “un amico speciale”. Son stata qua per un anno…niente….poi all’improvviso lui…tu…

Non fu piacevole quella confessione. In Kazumi ci speravo. Speravo che con la sua presenza sarei riuscito a calmare quel demone dentro di me che chiedeva solo donne giovani accanto a me per saziare il suo narcisismo.

-          Di dov’è? – le chiesi
-          Di Firenze
-          E che fa?
-          Studia architettura
-          Italiano?
-          No albanese…ecco questo mi ha fatto un po’ arrabbiare
-          Perché è albanese?
-          Perché non me l’ha detto subito. Prima mi ha fatto capire che fosse italiano poi mi ha detto che era albanese. Per me non è importante che sia italiano o albanese…ma me l’ha detto un mese dopo. E questo mi ha fatto arrabbiare

Volevo dirle di non fidarsi della gente dell’Est. Ma non lo dissi.

-          Lo vedi spesso – le dissi invece
-          Mah…deve sempre studiare…in un mese l’avrò visto sì e no sei volte…
-          Ora capisco perché guardi sempre il cellulare
-          Ah sì?  - e sorrise
-          Comunque capisco che tu sia molto interessata a lui ma lui non lo è di te
-          Non mi dire così! – sì arrabbiò
-          Beh…ci arriverai da sola

Sorrise di nuovo. Ma amaramente stavolta.
Dopo quella conversazione  ci salutammo. Era l’ultimo giorno che era a Firenze. Il giorno dopo sarebbe andata a Parma. Avrebbe sostenuto l’esame di ammissione al conservatorio.

-          Ti auguro di superare l’esame e ti auguro il meglio dalla vita – le dissi
-          Grazie
-          Ciao!
-          Ciao!

In quel momento non sapevo che l’avrei rivista, perché avrebbe fallito l’esame e sarebbe ritornata a studiare canto a Firenze. Avrebbe cominciato a fare audizioni e sarebbe diventata alla fine una cantante professionista in Giappone.

Nelle stranezze e nei corsi e ricorsi ci fu di nuovo un incontro con Kami di passaggio da Firenze perché le avevano rubato il passaporto e non sapeva chi contattare.
L’aspettai al caffè Floriàn come sempre. Ero seduto nella seconda saletta al primo tavolino, subito dopo i tre scalini per cui si scende nella saletta.
Arrivò bella come sempre, vestita di nero, che ne esaltava la magrezza, e con un cappotto bianco che le donava moltissimo ai suoi capelli nero corvino e alla sua faccia leggermente olivastra.
Bella  ma gelida come l’inverno che aveva lasciato fuori dalla porta entrando dentro al Floriàn.
Ascoltai i suoi pianti e la sua disperazione. Poi le dissi:

-          Hai bisogno di soldi?
-         
-          Posso aiutarti?
-          Non avevo il coraggio di chiedertelo
-          Non faccio nulla per nulla con te…

Principessa Kami mi guardò. Non c’era sorpresa nel suo sguardo. Forse odio. Tuttavia non era lo sguardo di chi avrebbe voluto ribellarsi.
Tacque abbassò il capo in un gesto di timidezza che non le avevo mai visto fare.

Da quel giorno la persi definitivamente di vista.
Una volta però ricevetti un messaggio via Facebook. Era un bel giorno di giugno e fuori dall’ufficio intravedevo un cielo azzurro senza neanche un cirro. Per uno strano fenomeno un branco di farfalle bianche svolazzava davanti alla finestra. Pensai che provenissero dal vicino giardino dell’ex facoltà del Magistero. L’aria profumava come le parti intime di una ragazza ancora nel fiore della gioventù. Aspirai profondamente a pieni polmoni e sentii i visceri godere di quel profumo così intenso e fresco.
Mi ricordai delle carni di Kami, che si  erano aperte solo perché l’avevo “aiutata” in un momento di disperazione. Eppure anche lei l’aveva trovato eccitante. Nella degradazione mi era sembrato che si eccitasse.
Alla fine però era scoppiata a piangere. E nemmeno avevo cercato di consolarla.
Fu a quell’amaro ricordo che decisi di leggere il suo messaggio.

Ricevere i soldi da un uomo è peggio che mangiare fango. Per quello adesso non sono più una Principessa, come tu mi chiamavi. Dopo di te altri uomini mi “ hanno prestato” prestato soldi. Ed il fango nel mio stomaco è aumentato. Finché non ho avuto un rigurgito e ho smesso di essere la Principessa che ero e sognavo di essere.
Adesso faccio la cameriera in un ristorante e la sera mi fanno male le gambe per l’andare su e giù e le braccia per il portare i piatti. Ma il mio stomaco adesso è finalmente vuoto.
Non c’è più il fango che lo gravava quando gli uomini pagavano una Principessa solo per vederla sottomessa ai loro piaceri. Non sono più una Principessa ora. Ora sono una donna. Sento finalmente l’odore del mio corpo di donna. E amo i corpi di donna ora e rigetto quelli di uomo.
Non sono più circondata da cani che scodinzolano perché vogliono avermi.

Era un’ email nello stile di Kami. Arrabbiata, amareggiata, ma sempre gelida, fredda e spietata. Crudele. Con se stessa e con gli altri. E questo era il fascino di Kami. Non ve n’era un altro. Le sue carni mai avrebbero dato piacere se non ne fosse emanata la fredda crudeltà che si portava con sé.

-          Come sarebbe stato bello se fossi nata uccello – mi aveva detto una volta
-          Perché? - le avevo chiesto
-          Avrei potuto osservare tutto dall’alto senza insozzarmi in questo mondo


domenica 28 luglio 2013

(Racconto): Palloncini Rossi


-         Che sete che ha!
-         Eh sì gli ho fatto portare subito l’acqua
-         Lo vedo aveva una sete incredibile. Quanti anni ha?
-         Sei. E’ a metà strada
-         Maschio o femmina?
-         Maschio. Si chiama “Renzo”
-         Ah come il sindaco di Firenze. Renzi…insomma…(battuta infelice)

A quel punto il cane, un maremmano nero, si è alzato e si è avvicinato a me. Ha messo la testa sulla mia coscia aspettando le carezze.

-         In verità i cani io non li amo – ho detto – strano che lui mi abbia cercato

Ho cominciato, sorprendendomi, ad accarezzarlo. Lui, Renzo, pareva averci gusto.

-         E’ intelligente – ha commentato la lady bionda, sui quarant’anni. Vestita di nero. Piccolina, con un bel sorriso. Occhi invisibili protetti da occhialoni neri.

Poi si è alzata e ha ripreso la ciotola che la cameriera aveva portato al cane. Probabilmente si è recata in bagno per prendere dell’altra acqua per Renzo, che è rimasto buono con il muso allungato sul pavimento.
Io ho potuto osservarla mentre mi passava innanzi.
Non so perché ma tutte le volte che guardo una donna mi domando sempre come sarà a letto. Non sempre. Ma spesso.
Qualche volta ci sono donne che mi prendono per la loro gioia di vivere e allora dimentico la solita domanda. Ma con la bionda lady sconosciuta non avevo avuto modo di poterci parlare a lungo per farmi un’idea del suo carattere.
Pareva gioviale. Rideva. Aveva un bel sorriso. Però quando mi è passata davanti non ho potuto fare a meno di pormi quella domanda.
E’ ritornata dal bagno e si è chinata per mettere la ciotola davanti al muso di Renzo che non pareva più aver sete.
Ho avuto modo di osservarne i fianchi stretti. Poi alzandosi si è voltata verso di me con un sorriso. Nel voltarsi si è spostata la camicetta che aveva un ampio decolté.
Le sue tette erano piccole.
Il che me l’ha resa ancora più interessante.
A me piacciono le donne con tette piccole. Direi piallate. Le trovo eccitanti.
Non provo grande attrazione per le donne con grandi seni. Non dico che non mi piacciano ma una donna bionda, magra, esile con tette piccole è il mio ideale.

Si è seduta. Ha preso il telefono e ha parlato con qualcuno.

-         E’ un posto bellissimo. Il ristorante è incantevole. Siamo su una terrazza in mezzo ad una pineta
-         Le piace qui? – Le ho chiesto quando ha finito di parlare
-        
-         Ci viene spesso
-         No, è la prima volta
-         Vacanza?
-         Sì, per una settimana
-         Lei non è Toscana però
-         No, sono di Ferrara
-         Che bella città!
-         Le piace? La conosce?
-         Sì, ci sono stato un paio di volte. Ma è una città che amo. Amo le piccole città, come Ferrara Mantova, Modena, Treviso, Merano…appena posso vado alla scoperta di queste piccole città
-         Si sente così tanto il mio accento?
-         Beh un po’. Non avrei saputo indovinare di che città fosse ma sicuramente che non era toscana…questo era chiaro…

Ha sorriso. Poi la cameriera è arrivata con un grosso piatto di frittura di mare e uno di verdure per contorno

-         Buon appetito – le ho augurato
-         Grazie

Non ho insistito. L’educazione mi insegna che non si devono disturbare le persone mentre mangiano. Soprattutto persone che non si conoscono.
In quel mentre è entrato un gruppo di giovani festanti che si è diretto ad un tavolo a cui erano stati legati tanti palloncini rossi e gialli. La caposala aveva detto che festeggiavano un compleanno.
Entrando hanno portato confusione. Hanno distratto Renzo che è scattato in piedi per vedere che succedeva, hanno fatto voltare la bionda lady verso il loro tavolo ed hanno catturato pure la mia attenzione.
Cos’altro avrei potuto fare?
Ho seguito il flusso. Continuare la conversazione in quel nuovo movimento imposto dalla situazione avrebbe saputo di appiccicoso come il sudore che mi scivola per la schiena fino ad infilarsi fra le mutande e scendere giù giù fra le natiche.

Ho sollevato il bicchiere ho bevuto un sorso del vino rimasto e ho fissato i palloncini rossi che si muovevano controluce appena mossi da una brezza quasi inesistente che forse veniva dal mare piatto. In lontananza.

"STRONZA" (Romanzo a puntate) - Quarta parte - Fuga indietro



L’antico desiderio si era rifatto avanti. Sparire. E per sempre.
Una volta mi immaginavo di sparire in modo neoplatonico: sparire nella luce fattomi di luce.
Dissolvermi in quella luce e per sempre.
Il Dio che avevo pregato, qualunque esso fosse stato, mi aveva abbandonato e più drammaticamente ancora mi aveva concesso di abituarmi al suo abbandono.
La potenza che mi aveva posto la disperazione di quell’assenza era più forte di me.

Ripensavo alla ragazza irlandese dai capelli rossi ed alla mia stupida idea di pretendere una ragazza più giovane di me.
Mi rendevo conto che esisteva una frattura fra l’Io da me percepito e l’io del mio corpo.
Quel corpo che vedevo nello specchio non ero io. Non era quello che io sentivo di me. Davanti a me stava solo un estraneo. Un’immagine che non mi apparteneva.
Io ero davvero un’altra cosa.
Non ce la facevo più ad essere quello che non ero. Qualunque cosa fossi divenuto  ero divenuto un peso insopportabile

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.


Stavo scendendo un gradino più giù verso l’abisso del gorgo e non lo sapevo.
Nella discesa altre figure avrebbero dovuto accompagnarmi.

Kami non me la ricordavo così. Era diversa dalle foto di Facebook.
Era bella ma aveva l’aria di una che avesse la sindrome della principessa sul pisello: high expectations, indolenza e scontentezza.  Quella sindrome pensai che fosse stata acuita dalla sua immaturità che era palese e che forse l’aveva sempre spinta a volere e non volere solo e sempre in relazione a se stessa. Non esisteva altro mondo all’infuori del suo.
Glielo si leggeva in faccia.
La prima volta che eravamo usciti insieme si era fatta toccare, abbracciare, baciare. Ero sicuro che quando avevo principiato ad accarezzarle il collo si era eccitata anche se ripeteva Non voglio, non voglio…
Se allora vessi potuto metterle una mano fra le gambe avrei sicuramente sentito che era bagnata.

I giapponesi erano difficili da decifrare anche quando si avvicinano a quel livello che noi definiamo di normalità, per di più Kami tradiva un nodo interiore che avrebbe potuto andare da un senso di ribellione  ad una necessità di sottomissione, tipico di molte giovani donne giapponesi.

-          Io cerco un uomo, di quelli di una volta, severo ed autoritario. Un uomo buono non è un uomo per me

Quell’affermazione mi lasciò interdetto sentendola venire da una bocca così giovane

-          Perché un uomo buono non sarebbe l’uomo per te?
-          Perché un uomo buono non è un buon sostegno per una donna

Il suo corpo era flessibile come un giunco. Se l’afferravi ne sentivi la flessibilità e la durezza allo stesso tempo.
Il suo carattere era duro come quel corpo.
Il suo cervello era perennemente flessibile: non capivi mai che pensasse e nemmeno lo indovinavi.
Nelle espressioni era criptica.

-          Ciao Principessa. Sei libera sabato o domenica? Vorrei portarti a pranzo in un ristorante tipicamente toscano fuori Firenze

Rispose nel suo stile

-          Mi dispiace ci siano un sacco di progetti

Non capii che volesse dire. La lasciai perdere.

In uno dei primi giorni che uscivamo insieme  l’avevo invitata a bere qualcosa.

-          Non posso bere  - mi aveva risposto
-          Perché?
-          Se bevo non posso più camminare
-          Hmmmm…non puoi più camminare…interessante…
-          Perché? Che vorresti farmi? – aveva risposto nel suo accento strascicato e nasale da vera principessa
-          Mettertelo in culo – avrei voluto risponderle ma non lo feci; avrei dovuto farlo però. Le principesse amano le bestie.

Fu allora che mi raccontò di sua nonna. E quella fu una delle conversazioni più interessanti che ebbi con lei.
Sua nonna – mi disse – era stata una scrittrice famosa in Giappone, negli anni antecedenti alla Seconda Guerra Mondiale.
Aveva rappresentato in un certo senso il verismo del femminismo giapponese di quegli anni.

-          Era una ribelle la mia nonna. Faceva parte di quelle generazioni che all’inizio del secolo lasciavano la provincia per sciamare nelle grandi città del Giappone. Soprattutto a Tokyo
-          Da noi quel fenomeno iniziò più tardi, negli anni Sessanta – lo dissi tanto per dire qualcosa. Fino ad allora la conversazione era stata piuttosto deprimente e mi ero annoiato.
-          Si trasferivano per cercare lavoro nei numerosi caffè che nascevano allora, nelle piccole  fabbriche…mia nonna aveva aperto un negozio di abiti ma andò male e dovette chiudere…ti annoio?
-          No, per niente, anzi… - anzi era una delle poche cose intelligenti che mi aveva detto fino ad allora
-          Sai che mia nonna era una bella donna?
-          Come te?
-          No, io non sono bella…non mi piaccio
-          Non sei bella?...ma come? Una ha la fortuna di nascere bella e non si sente bella?

Sorrise un po’ nervosa Kami ma non era convinta.

-          Mia nonna era bella. Ed era fiera, ribelle. Agli uomini sarebbe piaciuta molto se non avesse avuto un difetto. Aveva un labbro con un taglio
-          Con un taglio?
-          Cioè era nata così…non so come si dice in italiano
-          Leporino?
-          Aspetta che controllo sul dizionario – tirò fuori un dizionario elettronico e digitò la parola “leporino” – Sì, sì…leporino, giusto…un peccato perché era bella. Aveva un bel corpo e, per essere giapponese, aveva dei seni grandi ed era alta. Mia nonna aveva un sogno: diventare scrittrice
-          Ci riuscì?
-          Sì. All’inizio non fu facile. Il mondo della letteratura giapponese era nelle mani degli uomini ma lei cominciò a proporre un tipo di scrittura autobiografica, tipo diario. Era una novità. E questo le permise di fare strada come scrittrice. Ma sai perché mia nonna si trasferì a Tokyo?
-          Non saprei…
-          Cercava una via per il futuro. Cercava un futuro che le desse rifugio. E sai una cosa strana della mia famiglia?
-          Dimmi tu…
-          Siamo tutti fratelli e sorelle di padri diversi, da generazioni…
-          Di padri diversi?
-          Sì, le madri della mia stirpe forse per un fatto genetico hanno sempre teso ad accoppiarsi con uomini diversi dopo aver lasciato quello con cui stavano prima

La guardai meglio. Tutte le stranezze di Kami ora prendevano una forma ben precisa.

-          Io ed i miei fratelli ci odiamo
-          Quanti fratelli hai?
-          Due. Uno è più piccolo di me, l’altro più grande. Non ci vogliamo bene. Loro parlano una lingua a me incomprensibile. Loro due sono come due piante parassite avvinghiate a mia madre. La sfruttano. Le prendono i soldi. Non fanno nulla…Un giorno però mia madre se n’è andata. Mi ricordo ancora…era una fredda giornata di febbraio e nevicava…tanti anni fa…è andata a vivere con un altro uomo. Quel giorno ho smesso di crescere e non l’ho più voluta vedere…


Kami aveva acqua al posto del sangue. Acqua fredda. Come l’inverno. Pareva che il sangue non le scorresse nelle vene. Si portava addosso il freddo di quella neve di febbraio in cui aveva smesso di crescere.

sabato 27 luglio 2013

(Racconto): Quella mattina è arrivata. Non era nemmeno troppo vistosa


Vengo qui al mare.
Perché ci vengo?
Ricordo che dapprima ci venivo perché inseguivo il ricordo di un amore.
Per me è sempre stato così. L’amore ha in ogni momento mosso le mie azioni, la mia vita. Per amore ho fatto quello che non avrei mai fatto. Non avrei mai dovuto fare, qualche volta.
Ecco io ci vengo per questo. O almeno ho cominciato a venirci per questo.
Venivo qui per ricordare lei a cui avevo voluto bene. A cui avevo dedicato la mia vita. Venire qui mi ricordava ogni cosa di lei. E soffrivo.
Credo mi piaccia soffrire. Soffrire mi fa essere creativo.
E’ una bella condanna.

Anche domenica scorsa sono venuto qua al mare.
Sono sceso alla stazione verso le nove del mattino. Tutto era come prima. Nulla era cambiato. Solo la stazione un po’ più squallida rispetto all'ultima volta.
Poi ho preso la provinciale lungo la pineta fino al ristorante il “Peschereccio”. Lì ho curvato a sinistra e sono sceso giù lungo la strada che conduce al mare.
Avrei potuto percorrerla fino alla fine ma ho preferito scendere lungo le scalette perché c’è un ristorante dove nel 2006 cenai una notte con quell'amore. Dopo tanti anni i ricordi hanno ancora una forza costrittiva. La loro forza finisce per stupirmi, ma più che altro la mia sottomissione ai ricordi è cosa che non so spiegare.

Scese le scale ho piegato a destra seguendo la spiaggetta del molo fino a raggiungere il lungomare che si incassa fra le ville sulla destra e gli scogli ed il mare a sinistra.

Sono metodico e mi reco sempre allo stesso anfratto a prendere il sole. Raramente ho cambiato.
Quello scoglio si trova dopo la rotonda alla fine del lungomare quando la strada diventa appena un viottolo sopraelevato in cemento armato che si incunea fra le rocce.
A quel punto si scende giù da questa specie di muretto che è divenuto l’unico passaggio e ci si inerpica fra gli scogli fino a raggiungere una roccia di notevoli dimensioni la cui superficie è piatta, levigata da secoli di onde e mareggiate.
Come sempre mi sono spogliato e ho tentato di distendermi al sole ma senza successo. Prendere il sole mi è una tortura e se non fosse che l’abbronzatura è una specie di necessità per scurire una pelle che si è fatta troppo pallida non starei mai sotto il sole.
Il massimo che resisto è un’ora. Nei casi esagerati un’ora e mezzo.
Quindi mi agito, mi muovo, mi siedo, mi distendo, mi alzo, cammino, scendo in mare, risalgo sullo scoglio…così per un’ora…senza pace...ma la vista del mare devo dire rigenera l'umore. Quando il mare è piatto come una tavola e la luce abbacina la superficie mi rasserena. 
E così fu anche quella domenica.

E quella mattina è arrivata. Non era nemmeno troppo vistosa. Neppure vestiva in modo ricercato. In verità chi va al mare, a parte me, si veste da mare. Bada alla comodità e non all'eleganza.
Lei venne avanti leggera. La sua leggerezza non era comune ma nemmeno troppo speciale.
Sarà stato per lo stato di solitudine in cui mi trovavo che la vidi in una luce particolare.
Venne a sedersi vicino a me. Non proprio vicino ma neanche distante. Saranno stati cinque metri.
Si spogliò lentamente voltandomi le spalle e mostrandomi il suo bel culo.
Io la guardavo, un poco rapito.
Lei forse non si era accorta del mio sguardo insistito o forse lo faceva di proposito.
Distese gli asciugamani, indossò un cappellino, si spalmò una protezione.
Quelle operazioni metodiche mi scossero dal mio stato di apatia.
Mi trovai in una situazione borderline: uno stato di inerzia che si sarebbe potuto rompere e qualcosa accadere.
La barriera fra me e lei era sottile quanto invisibile. Era una barriera facilissima da spezzare ma difficile da passare.
Continuai a fissarla nelle sue operazioni rituali. Si distese. Prese un libro e cominciò a leggere.
Quello status quo di vicinanza cominciò ad innervosirmi. La vicinanza può essere uno stato di inquietudine.
Una donna sola al mare non sempre significa che cerchi qualcuno. Semplicemente è sola per scelta sua o degli altri. E’ sola perché ha finalmente bisogno di essere sola. Disturbare quella solitudine potrebbe essere molesto quanto maleducato.


Lei pareva essere indifferente al mio dilemma. Non mostrava alcun interesse e sembrava fosse solo intenta a prendersi la tintarella in pace.
A me quella pace invece disturbava e cercavo un modo per romperla. Per superare la barriera invisibile che divide la vita degli esseri umani prima di venire in contatto uscendo dal mondo del proprio io.
Lei sembrava mirare solo il mare lontano per poi socchiudere gli occhi e vagare nei pensieri.
Invidiavo la sua pace. Io non ero in pace ero pervaso da un’ansia che mi apparteneva fin dalla nascita.
Pensai che dovevo aggrapparmi a lei prima che io me ne andassi o lei se ne andasse. Era l’inatteso che tanto avevo atteso?
Non trovavo risposte e continuavo ad agitarmi, insensatamente. Ma fantasticavo. Come sempre.
Mi alzai feci finta di girellare per gli scogli ma era solo per vederne le forme.
Il suo corpo era di quelli dalle forme tubolari, rotondo e prosperoso. Un corpo che denotava forza e vigore.
Me la immaginai a letto. Immaginai che piacere avrebbe potuto dare un simile corpo,
Mentre la osservavo da dietro lei si riscosse e parve accorgersi di me. Mi guardò in modo interrogativo come si guarda uno sciocco.
Poi si ributtò giù per prendere il sole. Mi parve che si addormentasse fra il sole alto e cocente e la brezza che veniva su dal mare.
Ebbi la sensazione che parlassimo due lingue diverse. Che fossimo due animali diversi.
Anche la sua pelle mi parve una pelle diversa dalla mia. Due razze differenti accomunate da una vicinanza casuale.
Questo mi bloccò. Bloccò i miei spiriti di seduzione e fermai le mie fantasie.
Smisi di camminare su è giù e mi distesi anch'io sullo scoglio a prendere il sole senza più nulla pretendere.

 E’ passato un anno da quando quella mattina lei arrivò leggera e neppure troppo vistosa.
Un anno è passato, un ricordo in più si aggiunto. Io sono ancora qui su questo scoglio e ho quasi la sensazione che lei leggera come allora arrivi da un momento all'altro.
Ma non è così. E’ un solo un miraggio. Un miraggio a causa del caldo e della stanchezza.
E tuttavia ciò-che-avrebbe-potuto-essere e non fu è ancora lì su quello scoglio. Senza senso. Assurdo come la vita che non trova mai risposte a ciò che con tutto il cuore chiedi che sia e non è.
Siamo animali e seguiamo l’istinto. Ma ogni animale ha istinti diversi. E scompare in modi diversi.

giovedì 25 luglio 2013

"STRONZA" (Romanzo a puntate) - Terza parte


Fuga in avanti

Mi chiedevo spesso che forma avesse la disperazione.
Kierkegaard la definiva “malattia mortale” e diceva che l’uomo si dispera perché vuole liberarsi da se stesso, perché non sopporta più di essere se stesso.
“Quell’io che egli disperatamente vuol disperatamente essere è l’io che egli non è (perché vuol essere l’io che uno veramente è); cioè egli vuole staccare il suo io dalla potenza che l’ha posto”

In quel periodo il tormento del mio essere, era una ragazza dai capelli rossi. Veniva dall’ Irlanda e aveva ventidue anni. Mi tormentava l’idea di una fuga in avanti con lei.
Sembrava gradire la mia compagnia.
Era già laureata in psicologia.
Io avevo una teoria su quelli che studiano psicologia: chi studia psicologia è perché ha bisogno di uno psicologo.
Quando gliela spiegai lei sorrise come se assentisse.
Mi incoraggiò quel sorriso.
Ma a parte quel modo di introdursi e captare il suo interesse speravo davvero nelle parole di Paul

-          Vedi…tu ancora sei un uomo piacente. Sei alto, ancora un bel fisico…con te una ventenne potrebbe venirci

Una mattina finalmente incontrai la ragazza irlandese dai capelli rossi: bevemmo un caffè e passeggiammo un po’ per il centro di Firenze. Le proposi di andare con me a Livorno il sabato seguente.

-          If I have anything planned why not?

Se allora avessi avuto un po’ meno di depressione e un po’ più di amor proprio avrei dovuto ignorarla. Ma non fu così naturalmente.
Già sapevo che le avrei inviato quasi certamente un messaggio via Facebook, come le avevo promesso per farle sapere a che ora aveva il treno ma già sapevo che quel treno delle 9.28 per Livorno per lei sarebbe stato troppo presto e per me troppo tardi.
Nel frattempo continuavo a spiare la sua bacheca su Facebook. Un suo post rinverdì per un po’ la mia speranza.

I like the way in Italy u can sit alone and enjoying the view without being bothered (apart from beggars) or judged J…or maybe they are just not used to red heads lol!

A quelle parole immaginai che si sentisse brutta e che avesse bisogno di qualcuno che la consolasse.
Mi sentivo patetico ma continuavo a sperare.
Ero in un’aporia: che lei venisse mi disturbava perché sentivo che mi avrebbe limitato nella mia libertà e tuttavia che lei rifiutasse aumentava la speranza che venisse. Se fosse venuta sarebbe stata una conferma che il mio fascino ancora perdurava.
Quel fascino che da giovane mi aveva accompagnato e raramente era stato rifiutato.
Come diceva Abelardo nelle sue epistole ad Eloisa, narrando della sua sfrontata sicumera formae gratia praeminebam ut quamcumque nostro dignarer amore  nullam verer repulsam “in virtu’ della mia bellezza qualunque donna avessi degnato del mio amore non avrei dovuto temere un rifiuto”
Essere stati belli da giovani è una dannazione per la vecchiaia.
Le inviai il messaggio che non avrei voluto inviare e che invece finii per inviarle.


La sua risposta fu quella che mi attendevo. Una fitta al petto, in un momento in cui tutto sembrava andarmi storto

Hi there…I have been invited by my friends to go out this evening and do something tomorrow, so I doubt I will be able to make the trip.
Bu I hope you have good time though. Thanks for the offer  would have liked to, but it doesn’t fit in.
Thanks for everything.
See you soon.
Take care.

La ragazza irlandese dai capelli rossi fu l’unica persona con cui parlai in quella settimana.
Matilde era sparita. Anche lei mi aveva lasciato solo. Era andata da un suo amico a Venezia.
Le mie figlie anche erano sparite. Partite per le vacanze.
Ero solo, solo come un cane su quella terra.

L’idea di uccidermi divenne sempre più forte

domenica 21 luglio 2013

"STRONZA" (Romanzo a puntate) - Seconda parte



Hogtie e pensieri perversi

La cocciutaggine, di Nicole mi eccitava certe volte. Parlandoci via Skype o chattando via Facebook proprio mi eccitava e la voglia di metterla sotto era grande.
Volevo legarla, tipo hogtie giapponese, e sodomizzarla ficcandole la testa in un sacchetto di plastica per procurarle asfissia.
Era un impulso violento che provavo senza ragione.
Provavo piacere all’idea di metterla sotto e regalarle un orgasmo in una situazione estrema.
L’idea che l’hogtie fosse nato per legare i maiali e rendere immobili essere cocciuti fino a farne un pezzo di carne fra le proprie mani si faceva imperioso quando lei mi parlava.
Era un capricorno. I capricorni è difficile piegarli. E questo non faceva che aumentare il desiderio di farne un corpo inerte e senza vita fra le mie mani,
In chat su Facebook stava parlando di un suo amico , capricorno anche lui.
Diceva di non essere come lui.

-          Yep, but I think of him as super cautious, very methodical in his ways, needs to have everything perfect
-           
Poi ebbe un momento di pausa ed aggiunse:

-          (ooh, sounds a little like me actually) Resistant – OK – maybe you are right J

Quell’ ooh sounds a little like me actually mi eccitò.

-          That is YOU – le risposi
-          OK. I give in. I relinquish my stubbornness on this topic  J  not relinquish, I mean, concede
-          That is what makes you sexy in my opinion
-          J J J

Com’era cominciata in me quella tendenza pervertita?
Mi pare di ricordare che fosse cominciata nel 2008 con Ayako, che durante un amplesso mi chiese di strozzarla.
Non l’avevo mai fatto ed all’inizio non volevo. Lei insisté però. Cominciai dapprima premendo leggermente sul suo collo, vicino alla carotide; poi su sua insistenza, la mia pressione aumentò. Più premevo  più vedevo lei eccitarsi e bagnarsi mentre stavo dentro di lei. Sentii aumentare il piacere. Più il mio piacere aumentava più aumentava la mia pressione sulla gola di Ayako.
Alla fine la vidi cambiare colore. Aveva preso un colore cadaverico. Sembrava non respirare e tuttavia non si ribellava. Accettava inebriata la morte. Il mio piacere era alle stelle. Anche il suo. La mia e la sua ragione erano dileguate.
Di colpo ripresi possesso di me. Mi fermai.
E lei respirò finalmente. Tossì. Lentamente riprese colore…ritornò alla vita.
Sospirai di sollievo mentre osservavo stralunato le tracce rosse che le avevo lasciato sulla gola.

Da quel giorno l’istinto rimase sopito dentro di me come fuoco sotto la cenere.
Nicole aveva soffiato sulle ceneri ed il fuoco si era ravvivato e sotto la spinta di quel fuoco nero avevo preso a guardare video porno di asfissia con l’acqua.
Vedere corpi nudi, rotondi e lucidi di acqua era assai eccitante.
Ve n’era uno abbastanza animalesco, con una bella ragazza americana formosa.  Dai seni ampi e dalle natiche carnose e robuste, incatenata ad un giogo che le bloccava il collo e le braccia ed era sottoposta ad un getto d’acqua fredda e possente.
Quel corpo pieno, lucido e sodo, nel suo nudo quasi animale esposto alla violenza del getto d’acqua e alla conseguente asfissia che il getto freddo le procurava mi eccitò riportandomi ai pensieri di Ayako.
Mi ricordai di quella sera a Livorno che, mentre la penetravo, presi dal minibar una bottiglia di prosecco e senza nemmeno aprirla gliela infilai in culo con forza e cercai di nuovo di strozzarla.
Lei veniva a ripetizione e mi moriva fra le mani…

A quell’epoca avevo preso a frequentare un filosofo neoplatonico che si ispirava ad una repubblica teocratica sul modello di quella iraniana. Paul DiLio. Italo-americano. Aveva insegnato per alcuni anni filosofia greca e lingua greca e latina in varie università degli Stati Uniti.
Poi aveva deciso di trasferirsi in Italia, terra dei suoi avi.
Io e Paul parlavamo spesso di donne e spesso concludevamo che la teoria aristotelica per cui le donne non hanno anima fosse condivisibile.
Non era che non avessero anima. Non avevano l’anima logica. L’avevano solo sensitiva. “Uterina” la definivamo,  mentre l’uomo (il maschio) era un crocevia tra quella logica e sensitiva (i.e. “fallica”).
Che la donna si abbandonasse continuamente a quella uterina (dal momento che quella logica era tabula rasa) e si sottomettesse spesso all’archetipo dell’uomo bruto e animale, perché alla fin fine la donna stessa si riduceva a percepire il suo status archetipico di preda e merce di scambio, ce lo confermò un episodio che esasperò il povero Paul.

Paul era uscito una sera a cena con la classe a cui insegnava. Una classe di sole donne. Verso le una di notte quando le ragazze della classe erano piene di alcol (una costante delle donne anglosassoni è quella di distruggersi nell’alcol oltreché vestirsi come zoccole quando escono – notava Paul) Allison,  neozelandese,  conoscendo che Paul aveva un debole per Katharina, una ragazza di Innsbruck, esile e dai modi garbati e gentili, tettine piccole e aria da madonna, gli spiattellò in faccia che, quell’angelo che Paul aveva tanto idealizzato quasi fosse in agone poetico con Petrarca, in una discoteca di Firenze si era fatta scopare da due algerini e da un energumeno brasiliano tutto muscoli e cazzo.
La faccia di Paul deve averlo tradito perché Allison infierì descrivendogli i particolari:

-          Lui era alto enorme. Un vero energumeno. Avrà avuto trentasette, trentotto anni. Mentre ballava la prendeva per i fianchi la girava e si appoggiava il culo di lei sul cazzo. La sua amica, Claudia,  che viveva nello stesso appartamento con  Katharina, era disperata. Claudia conosceva il fidanzato di Katharina, erano amici. Non sapeva come fermarla. Lo sai che tutte le notti si portava a a casa un uomo diverso?...Claudia era imbarazzata…disperata direi.. Io non sono così. Io sono sentimentale…posso dare il mio corpo ad un uomo solo se lo amo. Non posso tradire così facilmente con un uomo il mio compagno…

-          Certo che son proprio tutte troie le donne! Ci son rimasto così male quando Allison me l’ha raccontato. Io ero innamorato di Katharina. La rispettavo. Ho titubato ad invitarla. Ero l’insegnante e lei la studentessa. Avevo, ho, rispetto per il ruolo che copro. La vedevo venire in classe stanca la mattina ed io ero dispiaciuto…e ora capisco perché era stanca…si era fatta trombare tutta la notte…ed io pensavo che …come ci sono rimasto male!…e pensare che io volevo invitarla a casa mia a mangiare u’ pulp’ affocat’ come facevano i miei nonni… - concluse Paul al colmo della disperazione mentre eravamo al self service per la pausa pranzo

-          Certo  che ti capisco Paul. Ci sono rimasto male anch’io che non c’entro niente, perché mi ricordo come me ne parlavi…ne parlavi ispirato…per te era una creatura angelica…

-          E invece è una troia!

-          Tutte le donne son troie Paul. Mai abbassare la guardia. A me Ayako mi ha sempre rispettato perché la prima volta che l’ho inculata l’ho fatto di forza e poi mentre la sodomizzavo le ho infilato il capo fra i libri della libreria del mio appartamento. Eppure mi rispettava . Anzi spesso si lamentava di un ragazzo che era innamorato di lei e diceva che era troppo sdolcinato, troppo gentile…lei preferiva uomini forti ed un po’ violenti…

-          Eh! – sospirò Paul – c’hai ragione…son proprio troie…


Il colloquio con Paul diede carburante alla mia perversione per lo hogtie: donne come carne, donne come scrofe. Null’altro doveva essere per me la donna.




sabato 20 luglio 2013

"STRONZA" (Romanzo a puntate) - Prima parte


Prologo

Che stronzata è la vita.
Quando sei giovane credi che sarà per sempre così. Ti senti immortale (e forse lo sei) e credi che sarà sempre così. Che non cambierà mai. Che rimarrai giovane per sempre. Che potrai fare sempre le stesse cose. Che la malattia e la vecchiaia non ti riguardino né ora né mai.
E invece arrivi a cinquant’anni e capisci che ti hanno fregato.
Chi?
Dio? I preti che ti hanno illuso? Le ideologie?
Ti verrebbe da dire che ti sei fregato da solo ma non è così.
Credi di volta in volta a quello che detta lo Spirito del Tempo. E così di volta in volta hai sempre un obiettivo da inseguire. L’obiettivo che i tempi ti insegnano e che cambia con il cambiare delle Stagioni.
Cambiano molte cose. Cambiano gli amici. Cambiano i fratelli. Cambiano le mogli. Cambiano le compagne.
Cambia il lavoro. Cambia la situazione economica. Cambia tutto.
Anch’io cambiai, fino a diventare irriconoscibile.

Solo Matilde dal 2003 era sempre lì. Immutabile nella sua amicizia. Nel suo rispetto. Nella sua presenza costante ed invariabile. Non cambiava mai.
Mi accompagnava dal 2003 e non cambiava.
Non abbiamo mai fatto l’amore.
Se l’avessimo fatto credo che tutto si sarebbe alterato.
E forse quella immutabilità di affetti era davvero frutto di un atto di castità.

Ma non c’era solo Matilde in quei giorni in cui inizia il ricordo di questa storia. C’era anche Nicole lontana e sempre in fuga da un paese all’altro. Certe volte mi mancava, per il solo fatto che fosse lontana.  

Nicole era una delle poche donne in gamba che avevo incontrato. Era forse l’unica grande donna che avevo incontrato.
Matilde era l’opposto.
Mai in fuga. Affrontava la vita in modo stanziale, senza spostarsi.
Nicole rappresentava per me ciò che avrei voluto essere e non ero: un uomo senza radici e patria che fuggiva in continuazione di paese in paese per non perire. Sempre unterwegs. Fermarsi per me equivaleva alla morte. Ero convinto che chi era perennemente unterwegs si mantenesse sul filo dell’immortalità e della gioventù.

Ripensando a quei giorni ora capisco come la vita fosse fatta in verità solo di odori e sapori. Di emozioni. Gioie e paure. Di carne soprattutto.
La filosofia, le logiche, i grandi valori sarebbero passati ma la carne ed il sangue sarebbero state le costanti dell’esistenza per cui e con cui vivere nel mondo.
I valori avrebbero anche potuto fregarmi ma la carne no, era la mia compagna dall’inizio alla fine.

Che giorno era stato quel giorno?  Mi domandavo alla fine di ogni giorno.
Un nulla assoluto.
Uno zero totale. Una vita senza salite e discese. Tutta pianura. Noiosa pianura.


Nei giorni di quel nulla, fatti di flash e di apparizioni, in un pomeriggio di luglio che mozzava il respiro tanto era caldo incontrai,  come due palle del biliardo che si cozzano per poi allontanarsi in direzioni opposte, una meravigliosa creatura: Anais .
La incontrai al caffè Floriàn di via del Parione.
Era lì accanto a me. Bella, mora, dall’aria algerina. Uno spettacolo della natura.
Non potei resisterle.

-          Assomigli molto ad una mia amica su Facebook: Arabel. Non è che sei tu?
-          Di tutte le scuse che ho sentito per attaccar discorso con me questa è la più assurda senz’altro – mi rispose con un forte accento inglese. Ma non lo disse  con cattiveria. Lo disse sorridendo.
-          Posso offrirti dei cioccolatini?  Le avevo risposto rincuorato dal suo sorriso – Qui hanno dei cioccolatini al riso soffiato e pistacchio buonissimi: li chiamano Cri-Cri
-          Adoro il nome.  Sembra quello di un grillo. Sì, li accetto volentieri.

Il cameriere ne portò  un piattino. Anais volle anche un cappuccino.

-          Che fai qui a Firenze? – Le chiesi mentre assaggiavamo i cioccolatini
-          Faccio il Polimoda
-          Fashion design?
-          No, marketing. E poi canto
-          Canti? Non ci credo…
-          Beh ti faccio vedere

Tirò fuori il suo android ed andò su You Tube. Al caffè Floriàn la connessione era buona. In pochissimo tempo scaricò il video.
Era proprio lei.
La canzone aveva un titolo piuttosto diretto: Who the fuck do you think you are?
Però cantava bene ed aveva una bella voce anche se rauca alla Tom Waits. Cantava in coppia con uno dalla voce negra ma che in realtà era italiano, mi aveva detto lei, dalle parti di Milano: Bobby the Loner. Non avevo mai sentito quel nome.

-          Se ti va male il marketing hai sempre un’alternativa – le dissi – Canti bene. Sei brava
-          Grazie

Poi ci lasciammo. Ci scambiammo i numeri di telefono ripromettendoci di vedersi per un aperitivo una di quelle sere. Ma già sapevo che non ci sarei andato…non stavo ancora bene fisicamente. Avevo ancora paura ad uscire di casa la sera.
Bella Anais. Bellissima.  Una botta di vita. Troppo bella per me. Troppo di tutto…di tutto quello che non potevo, appunto. Ancora troppe paure ad uscire la sera. Ancora problemi allo stomaco che non mi permettevano una vita normale.

-          Sei favoloso – mi aveva detto Anais quando mi aveva lasciato.

Erano anni che una donna non mi faceva complimenti .
Che stessi migliorando? Un po’ ero dimagrito e mi sentivo meglio…forse avevo acquistato anche un aspetto migliore.
Le malattie lasciano segni profondi. Difficili da cancellare.



The world forgetting by the world forgot

Il giorno dopo era domenica..
Erano giorni di solitudine terribile. Di grande sofferenza. Forse non i peggiori, perché quelli li avevo lasciati alle spalle.

La mia mente aveva costruito nel tempo dei filtri selettivi ed eliminava automaticamente tutto ciò che maggiormente la disturbava e le creava sofferenza.
Ci ero riuscito senza ricorrere a farmaci o trattamenti psicoterapeutici invasivi. Avveniva tutto in modo naturale e di per sé. Avevo isolato il dolore e lo avevo eliminato dalla mente.

Erano giorni di un caldo insopportabile. Di un’afa opprimente. Un’estate terribilmente calda. Che mai cessava e toglieva il respiro e la voglia di vivere. Si sudava anche solo stando seduti in un caffè con l’aria condizionata. Dopo un po’ il corpo si abituava e non sentiva più il fresco.
Se non avessi avuto Matilde quella domenica pomeriggio, mi sarei suicidato.

Andavo spesso a trovarla nella sua casa arredata in modo barocco in quel paese della provincia di Pisa. Il Paese delle Fate e degli Gnomi, come lo chiamavo io.
Parlavamo più o meno sempre delle stesse cose.
Lei in compenso, ultimamente, aveva smesso di lamentarsi.

Avevo comprato, come tutte le domeniche,  “Il Sole 24 Ore” (ancora mi ostinavo a leggere i giornali in cerca di non so quale verità).
Mi ero seduto ad un caffè sulla terrazza di un centro commerciale.
Avevo letto il solito articolo di Guido Rossi,  di tutte le domeniche.
I mercati-  diceva – si insinuano nei sistemi operativi delle democrazie e in quelli dei loro governi come virus in sistemi operativi dei computer: come potenti stuxnet…inquietante e colpita da virus sembra la decisione del governo italiano di aver scelto la famigerata Goldman Sachs quale advisor sia per la cessione di Fintecna, sia a fianco della Cassa Depositi e Prestiti nello scorporo Snam, e in molte altre occasioni…

Le falsità e le ingiustizie formavano le direzioni del mondo, non le verità. Da sempre.
Ripensai alla storia dei Protocolli dei Savi di Sion.
Era una falsità storica e tuttavia aveva colto una verità; che alla base della direzione del mondo stavano gli imput che dava la finanza mondiale. loro creavano e distruggevano il mondo a loro piacimento.


Mi ricordai che un giornale autorevole aveva infatti scritto che l’ 8 febbraio del 2008 al Manhattan Townhouse, Crespi, Hardt & Co, si era tenuta una cena di vari personaggi ben noti della finanza mondiale per congiurare contro l’euro a favore del dollaro.  Nell’articolo si diceva anche che l’ acronimo Pigs fosse dovuto ad una campagna denigratoria partorita dalla Goldman Sachs…
Uno dei personaggi più influenti della finanza,  George Soros  che con le sue speculazioni nel ’92 aveva piegato parte degli Stati di Europa, veniva da una famiglia ebrea, che aveva subito le persecuzioni naziste.  Eppure gente come lui avevano di nuovo generato un olocausto di intere generazioni di giovani in Europa.
Quei giovani sarebbero stati privati non solo del lavoro ma anche della speranza di vivere. Dei loro sogni persino.
Come aveva potuto farlo,  lui che aveva conosciuto la barbarie nazista?
Che sangue scorreva nelle sue vene? Nelle vene di gente come lui?
Mentre i miei pensieri si incattivivano una donna dal culo enorme e dal ventre largo si venne a sedere accanto a me.  Non l’avevo invitata.
Parlava al cellulare una lingua dell’est che non capivo e mi fissava come se volesse invitarmi a chissà quale promessa.
La sua faccia era da troione sfatto e le sue promesse certo non potevano interessarmi.
Ripensai all’eleganza di Anais con cui avevo trascorso il pomeriggio del sabato e la confrontai con quel puttanone che mi si stava attaccando alla pelle come una zecca.
Il mondo a cui appartenevo io non era lo stesso a cui apparteneva lei.
Mi alzai. Raccolsi le mie cose e me ne andai senza un’idea di come avrei trascorso quel pomeriggio da cani.
Avevo le lacrime agli occhi.
La solitudine è un nemico invisibile eppure crudele.

Quel pomeriggio Kami una ragazza giapponese che avevo conosciuto un anno prima in chat su Facebook mi informò che presto sarebbe venuta a Firenze e avrebbe voluto incontrarmi .
Fu uno spiraglio che squarciò la tenebra.
Ero stanco di stare solo.
La solitudine è orribile. Non ci può essere felicità nella solitudine.

Matilde mi aveva telefonato per dirmi che saremmo andati al ristorante quella sera.
Sarebbe stata la prima volta dopo due anni. A causa della malattia allo stomaco non avevo più conosciuto aperitivi né ristoranti né pizze né viaggi.
Vivevo l’attesa come uno che stava per attraversare un campo minato. Mi stavo lentamente riabituando a mangiare un po’ di tutto ma ogni boccone di cibo non testato avrebbe potuto essere la mina che sarebbe esplosa.
La tensione era alta. Mi sentivo nervoso man mano che si faceva sera e si avvicinava l’ora.

Matilde quel pomeriggio tardava. Aspettava dei clienti al suo albergo e non poteva venire finché i clienti non fossero arrivati. Questo le creava uno stato di ansia perché sapeva quanto stavo soffrendo per l’attesa. Conosceva i miei problemi mi era stata accanto per tutto quel tempo.
Pensai che inviarle un sms l’avrebbe calmata.
Stai tranquilla. Non ti preoccupare. Va tutto bene. Non c’è problema.
Mi resi conto però che il senso di quel messaggio era più calmare me stesso che Matilde. L’angoscia per la cena al ristorante mi toglieva il respiro e opprimeva il torace.
Cominciai ad assaporare il sapore amaro dell’attesa con un certo gusto. Nella lentezza esasperata dell’angoscia vi trovai piacere.

-          Ho invitato anche Maurizia. Viene anche lei con suo figlio – mi disse Matilde non appena ci incontrammo al ristorante.
-          Chi è Maurizia?
-          E’ una ragazza che viene in palestra con me. E’ separata. E’ una bella donna…

Matilde aveva la fissa di farmi conoscere qualcuna delle sue amiche perché finalmente avessi una donna matura accanto a me. 
Ma a me piacevano le ragazzine. Le rughe mi facevano paura.

Il ristorante era a Montelupo Fiorentino. L’Osteria Livornese. Proprio sul fiume Pesa che attraversa il centro del paese e lo divide in due.
Eravamo sulla terrazza prospiciente al fiume. Era caldo e dal fiume sebbene fosse in secca saliva su una brezza che rinfrescava.
Quando arrivammo al ristorante la tensione mi aveva trasfigurato il volto. Erano quasi le otto. Non avevo mangiato da mezzogiorno. Temevo che mi venisse una delle solite crisi di fame che sarebbe finita in  tachicardie e fibrillazioni.
Quando avevo uno di quegli attacchi in presenza di estranei era deprimente. Il mio volto cangiava. Diveniva una maschera di sudore e sofferenza. La mia bocca si ritirava come se fosse inghiottita dallo stomaco.
Non era un bello spettacolo. Era visibile lo stato di malessere profondo. Chi era con me mi guardava sconcertato.

Il figlio di Maurizia, Daniele, all’apparenza sembrava timido.

-          Hai la fidanzata – gli chiesi

Si mise a ridere.

-          Sì, in un certo senso…ecco ancora non ci son proprio fidanzato
-          Sei in trattative insomma…
-          Ecco…sì…più o meno
-          Hai una foto?

Me la fece vedere.
Era una bella ragazzina di tredici anni, come lui.

Maurizia davvero era una bella donna ma aveva pur sempre cinquanta anni. E io con le cinquantenni non riuscivo ad esprimermi.
Non avevo la benché minima idea di che impressione le avessi fatto. Mi auguravo solo che le fossi parso uno stronzo. Allora mi piaceva passare per uno stronzo.
Nicole, in chat, mi diceva spesso che ero bossy and jerk , un PITA (Pain In The Ass).  Per me era un bel complimento.

-          Vuoi il numero di Maurizia? – mi chiese Matilde quando la riaccompagnai alla macchina.

-          No, Matilde. Non ho fretta. Posso aspettare. E poi…onestamente…di che ci parlerei con una donna così? Di figli? Di ex mariti? Di vacanze al mare? Di appartamenti da affittare? Di andare al ristorante?...ho più cose di cui parlare con te che con Maurizia. Non è la donna per me. Ci potrei  solo andare a letto. Scopare e basta. Ma dovrebbe essere una cosa veloce, non ce la farei ad andare tanto per le lunghe…