sabato 5 febbraio 2011

ANOTHER YEAR di Mike Leigh


Another Year

REGIA: Mike Leigh





ATTORI:

Jim Broadbent

Lesley Manville

Ruth Sheen

Oliver Maltman

Peter Wight.

GENERE: Drammatico

DURATA: 129 min.

Ha un inizio noioso con una lunga visita medica per una donna ansiosa e depressa che soffre di insonnia.

Poi c’è la pioggia in una periferia dove abitano Gerri e Tom, la coppia che è al centro della storia del film.

Pioggia, periferie e lavori nell’orto a piantare pomodori si susseguono con una musica melanconica in sottofondo.

Più che un film inglese pare un film del maestro giapponese Yasujiro Ozu ma senza l’arte della superficie profonda che è tipica dei giapponesi (qui invece è solo presunta profondità che rimane in superficie, con dialoghi pesi e lunghi, che però sprofondano lo spettatore).

Si ritorna poi alla donna che soffre d’insonnia che dalle mani della prima dottoressa è ora nelle mani della psicologa (Gerri) che dovrebbe risolvere i suoi veri problemi d’insonnia che invece una pillola per dormire, disperatamente richiesta dalla donna a dottori sordi, non potrebbe risolvere.

Il film ci mostra in una sequela continua volti di gente oltre i sessanta anni, non bella o comunque sfatta dalla vecchiaia (ben lontana dai canoni di Hollywood) che si muovono in una realtà troppo densa e fissa a cui non si sfugge ed in cui le persone che stanno male fingono di star bene e quelle che stanno bene in realtà non sanno di star male.

Poiché il film stupido non è, abbiamo provato a interrogarci sul senso di un film così opprimente. Ci siamo chiesti se volesse parlare della difficoltà di invecchiare, o della vita che ad un certo punto diviene avara di gioie ed illusioni, o di amori nuovi che non arrivano perché forse si vive troppo nell’ombra di quelli avuti prima e anche se nemmeno si ricordano più comunque ci hanno lasciato un vuoto ineliminabile dentro…
Le domande potrebbero essere tante ma non ne abbiamo trovata una decisiva che spiegasse la macchinosa sceneggiatura che ha messo in moto un così macchinoso film.

Una cosa comunque domina: il disperato bisogno di soldi e di bere per annullarsi più di quello che l’esistenza ci ha già annullati.

Insomma (e questa mi sembra la risposta più adeguata al senso che abbiamo inseguito durante la proiezione) il film sembra la pittura di un declino. Forse proprio il declino dell’Europa che produce una cultura vecchia e pretestuosa e senza forza ormonale. Ma in nome di che? Non certo dell’entertainment; e comunque nemmeno nel nome dell’arte, perché se l’arte deve annoiare così meglio che non sia arte.

Voto: 2 stelle.

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