sabato 11 febbraio 2012

Da FABRIZIO ULIVIERI "Albert Richter Un’aquila tra le svastiche" Bradipolibri editore - Introduzione


Albert Richter

Un’aquila tra le svastiche

Il ciclismo tedesco fra nazismo ed esoterismo

(1919 – 1939)

Abbiamo scelto la storia di Albert Richter per iniziare a guardar dentro un particolare periodo della storia del ciclismo: un periodo oscuro, in cui il Male raggiunge il suo apogeo, rivoluziona l’ Europa e la travolge.

E’ un periodo in cui le voci di lontani profeti (ariosofi, veggenti, medium, società segrete…) convergono verso un punto e acquistano peso. Da entità incorporee qual erano state fino ad allora divengono leggi (Die Nürnberger Gesetze[1] ) realtà drammatiche (olocausto), mutazioni (Lebensborn) [2].

L’ideologia razzista del nazismo è una dottrina che parte da lontano, da personaggi come Madame Helena Petrovna Blavatsky , Guido von List e Lanz von Liebenfels. Lo stesso vale per uno dei cardini del pensiero nazista: il socialdarwinismo, le cui ultime propaggini sono da rintracciare nella Massoneria, negli “Illuminati”, nei marcioniti e, su su, addirittura fino allo gnosticismo [3].

Albert Richter in tutto questo processo è solo una nanoparticella di uno sciame di particelle che impazzite ma predatrici puntano verso un solo scopo: l’ eugenismo e la supremazia razziale ariana.

Richter è una nanoparticella che si stacca dallo sciame rifiutandosi di seguire l’istinto predatorio del branco. E quella particella sarà soppressa. Sarà soppressa come tutti coloro che ab-errano dal branco.

La storia di Richter ci permette d’altronde di vedere più da vicino quegli anni. Anni in cui il ciclismo che, se da altre parti condividiamo l’idea di chiamarlo “eroico”, nella Germania di allora dovrà essere, a nostro avviso, connotato con il termine “titanico”. In effetti una lotta fra giganti lo è, presunti o reali, ma atleti comunque “oppressi” da una visione mitologica a cui devono conformarsi: l’ Übermensch ariano

Per capire meglio la portata di questa espressione prendiamo l’ esempio un pugile di quegli anni, che aiuterà a renderci conto di come certi mutamenti di ideologia politica e sociale possono influire in modo fattivo (coercitivo) sui mutamenti di stile e tecnica sportivi.

Johann Wilhelm Trollmann, detto anche Rukelic, alias Gipsy era noto per il suo stile “ballerino” (un Cassius Clay antelitteram), che all’ inizio degli anni ’30 gli aveva fruttato molti successi. Sotto il nazismo quello stile non era più conforme. Così fu obbligato adottare uno stile Standhaftig , più “fermo” e duro, più pronto allo Schlagabtausch (“scambio di colpi”) stando fermo al centro del ring, tipico del Kämpfer ariano, che simboleggiava il Titano che lotta per l’affermazione del suo Vaterland, della sua terra e della sua razza senza arretrare invitto di un metro.

Per adeguarsi al nuovo clima cercò di conformarsi alla nuova immagine del “gigantismo” ariano trattando i suoi capelli con l’acqua ossigenata ed essendo scuro di pelle, perché di origine Sinti, si presentava sul ring coperto di farina per sbiancare il colore del suo carnato.[4]

Il “gigantismo” trionferà in modo evidente e pubblico nello spettacolo delle Olimpiadi del ’36 (sotto l’ acume organizzativo di Carl Diem, l’uomo che coniò il concetto stesso di sport, in Germania, prima e durante il nazismo) e nel Deutschlandrundfahrt del 1939. Poi sarà la caduta, la Gotterdämmerung, che si trascinerà dietro i suoi giganti inghiottiti di nuovo dalla disgrazia, dalla rovina o dal più completo anonimato (che gli permetterà in buona parte di riciclarsi).



[1] Il 15 settembre 1935 furono approvate dal Reichstag, le cosiddette “Leggi di Norimberga” che stabilivano che soltanto chi avesse sangue tedesco poteva essere considerato Reichsbürger (cittadino del Reich) e, perciò, beneficiare in modo pieno dei civili e politici; tutti gli altri erano classificati come Staatsangehöriger (membri dello Stato), cioè sudditi. Inoltre si proibivano i matrimoni misti tra ebrei e non ebrei; chi vi contravveniva poteva incorrere nel carcere o in multe in denaro. Erano pure vietati i rapporti extraconiugali, anch’essi sanzionabili.

[2] V. sotto p.20.

[3] V. MICHAEL HESEMANN, Hitlers Religion, Pattloch, München p. 94 e segg.

[4] LORENZ PEIFFER, Sport im Nationalsozialismus, Werkstatt, Göttingen 2004, pp. 15-16. Per tutta la surrealistica e tragica vicenda di questo sportivo si veda KNUD KOHR/ MARTIN KRAUß, Kampftage. Die Geschichte des deutschen Berufsboxens , Werkstatt, Göttingen 2000

La visione (pur sempre) nazista della politica economica della Germania


Heidegger diceva che l’ontico trova fondamento nell’ontologico. L’individuo in ultima analisi trova la ragione del suo esser-ci nello Stato. Una visione nazista (perché Heidegger checché se ne voglia dire era nazista) che a livello di struttura permane nella visione economica del rigore innanzitutto e soprattutto della Germania della cancelliera Merkel (e nel Geist des DeutschenVolkes). Prima che il popolo viene lo Stato: prima di tutto si salva il debito pubblico sacrificando il popolo (il popolo è un esserci nello Stato, un gettato lì puro e semplice). Lo Stato perciò ha il diritto di sacrificare gli individui per salvare se stesso.

Non è questa la politica del rigore assoluto proposta (imposta) all’Europa dalla Merkel? Non è questo, mutatis mutandis, l’ideale che fu alla base della letteratura nazista e prenazista?

Non è questo quello che si vorrebbe imporre anche alla Grecia?

Thomas Friedman sul New York Times si chiedeva “Possono i greci convertirsi in germanici?”

Non era questa la spinta guerriera del nazismo che lo portò ad invadere militarmente gli altri paesi? La volontà di potenza camuffata da Lebensraum a sottomettere le culture degli altri paesi alla propria?

La struttura si ripete. La storia è ciclica. Ma lo spirito (Hegel docet) è sempre quello.

lunedì 30 gennaio 2012

Fabrizio Ulivieri L'ETERNO RITORNO edizioni Akkuaria





FABRIZIO ULIVIERI "L'ETERNO RITORNO" Akkuaria Edizioni.
Il libro è ordinabile a Akkuaria editore: veraambra@akkuaria.com

Da qualche parte nel mondo esiste un libro. Un libro che condanna coloro che sono già condannati e salva coloro che sono già salvati. Dio salva gli umili e chi per amore soffre, ma danna i superbi e li piega in nome della giustizia

sabato 28 gennaio 2012

Nuestra piel


Los Estados aplican recetas destructoras, bajo la batuta de una Alemania conservadora


¿Quién tiene interés en utilizar la crisis social y económica actual? No cabe duda ahora que nos estamos enfrentando a una ofensiva histórica, a escala europea, de las capas más ricas y de los detentadores del capital financiero para, aprovechando la crisis mundial, reorganizar los sistemas sociales europeos para su propio beneficio. Esa ofensiva se apoya en las clases conservadoras y, a menudo, cuenta con la complicidad consciente del social liberalismo encarnado por algunos partidos socialistas europeos. Varios apuntes testifican esa durísima batalla.

Primero, en la zona euro, la Comisión de Bruselas, el Consejo Europeo y el eje franco-alemán, fieles servidores del Banco Central, están impulsando cada vez más políticas drásticas de recortes, haciendo pagar a las clases medias y populares el coste de la lucha contra los déficits presupuestarios.

Segundo, en vez de modernizar la maquinaria económica con una política mundial y europea de flexibilización del déficit y de relanzamiento del crecimiento, lo que significaría intervenciones públicas masivas y una reforma del sistema monetario internacional (recuerdo aquí que, salvo el último punto, es precisamente lo que en 2008 le propuso, en balde, Barack Obama a la señora Merkel), los círculos financieros mundiales y europeos optaron por incrementar la presión sobre los Estados europeos para que reduzcan la financiación de las políticas públicas, acaben con los sectores de interés general de sanidad, educación y con las Administraciones de servicios de uso público, bien privatizándolos, bien aniquilándolos. La encarnación viva de esta política la tenemos hoy en todos los Gobiernos europeos, sometidos al liderazgo del eje Merkel-Sarkozy, que recuerda la pareja Ronald Reagan-Margaret Thatcher de los ochenta del siglo pasado.

Tercero, desde la quiebra griega, los mercados financieros se apoderaron de la riqueza pública europea con tipos de interés cada vez más altos, y obligan a algunos países a endeudarse como nunca ocurrió en su historia. De hecho, estos países europeos están perdiendo su soberanía nacional. Más grave aún, los detentadores de capital se benefician, desde 2008, de la falta de resistencia de los Estados; pueden también apostar a que la depresión social no provocará revoluciones sociales en los países desarrollados, siendo el ahorro privado importante y que el envejecimiento de la población, vinculado con la disgregación política de la izquierda europea, está facilitando una estrategia ofensiva en contra del mundo asalariado.

Cuarto: casi cinco años después del estallido de la crisis, no hay ni un país de la zona euro que haya podido reducir sus déficits estructurales; la deuda pública aumenta por doquier, el paro se dispara (más de tres millones en Francia, pronto seis millones en España) igual que la inflación, mientras que reaparece la hidra del empobrecimiento. En su libro Contra la crisis, otra economía y otro modo de vivir, el economista Juan Torres López apunta que en Francia “cuatro millones de personas viven en situación de aislamiento, no tienen ningún vínculo relacional y que hay 8,4 millones de pobres. En Alemania se calcula que en 2011 hay 12,6 millones de pobres y según la ONU, en este país, uno de cada cuatro niños va al colegio sin desayunar; en Italia, en 2010 había 8,2 millones de pobres y en Estados Unidos 44 millones de pobres”. Al revés, la especulación financiera sigue utilizando los circuitos bancarios y tampoco sabemos hacia dónde ha ido a parar el dinero que se les ha otorgado a estos bancos desde 2008.

Sin embargo, los Estados siguen aplicando las mismas recetas destructoras, bajo la batuta de una Alemania conservadora, del seguidismo de Francia y de un euro sobrevalorado (empezó en 2002 con la casi paridad con el dólar y ¡está ahora un 25% más caro!). No son hoy en día solo los sindicatos (último bastión de resistencia social porque los partidos han capitulado frente a la finanza internacional) los que tachan esta estrategia de dramática para el mundo del trabajo: es el propio Fondo Monetario Internacional quien, en su informe de principios de 2012, declara que la recesión se va a incrementar con los actuales objetivos de déficit a nivel europeo.

La cruda realidad es que las medidas propuestas en Europa no están a la altura; el proyecto europeo, para seguir existiendo, necesita un giro radical hacia una Europa social y política. En ausencia de este proyecto solidario, quedará por resolver si, después de habernos quitado a los ciudadanos la ropa, los mercados nos van a pedir que les demos también trozos de nuestra piel.

giovedì 26 gennaio 2012

WHAT IS THE FUTURE OF TERRORISM?


FINANCIAL TIMES

TERROR: AL-QAEDA THREAT IS SMALLER BUT JIHAIDISM REMAINS

By James Blitz

More than a decade after the 9/11 attacks on America, few western governments would argue that the threat from international terrorism has been completely eradicated.

But over the past 12 months, jihadists have suffered such a stream of setbacks that US and European policymakers are today feeling a good deal more confident about the outlook for domestic security.

More

The setbacks for jihadists over the past year have been seen on numerous fronts. In May of 2011, Osama Bin Laden, the founder of al-Qaeda, was killed by a US Navy Seal operation in Pakistan. A few months later, Anwar al-Awlaki, the US-born cleric who was deemed by western governments to be the next big target after bin Laden, was killed in Yemen. In the meantime, the core al-Qaeda group in the tribal areas of Pakistan and Afghanistan is being increasingly decimated by US drone attacks and is now down to a handful of figures on the run.

Still, western intelligence agencies are far from complacent. It is hard to imagine that al-Qaeda could today pull off a complex, spectacular attack on the scale of the one that the US experienced on 9/11. But the terrorist threat that the US and Europe faces is still tangible – and is certain to dominate the minds of UK authorities this year as they prepare for the summer Olympic Games in London.

“al-Qaeda, as a formed structure, is certainly being destroyed by US action,” says a western government official. “However, what is also clear is the underpinnings of jihad have not gone away. We face a threat that is more disaggregated and geographically divided than it was, and there are developments that suggest that new challenges may emerge in the years ahead.”

As they cast their eyes over those challenges, senior figures in intelligence agencies would probably pick out three new fears. First, the Arab Spring has reduced the political and security grip that was once enjoyed by a number of autocratic regimes over their own people. The US, Britain and France have backed popular uprisings in Egypt, Libya, Tunisia and Syria. But the emergence of mildly Islamist governments in these countries may give jihadists more liberty to move and work against western security interests.

A second fear is the future of Afghanistan. The US-led Nato mission in the country continues to ensure that the Taliban insurgency is broadly checked. But the US and its allies will be out of the country in less than three years from now, ending what will by then have been a 13 year occupation. This is forcing counter-terrorism experts to start exploring what kind of international threat the Taliban might pose after 2014 when it will will have more room for manoeuvre. As one western official puts it: “In Afghanistan, we are currently in a counter-insurgency campaign but we will soon be back to a counter-terrorism situation.”

The third broad concern is the shift of jihadist movements away from south Asia to new centres closer to the west. In Somalia, there are dozens of foreign fighters working alongside the al-Shabbab islamist extremist movement. Today they are fighting Somalia’s beleaguered government but they may yet turn their attention to the UK and Europe. In Nigeria, terrorist attacks conducted by Boko Haram, a jihadist group, are of growing concern in western capitals, amid fears that this group might try to internationalise their efforts to gain publicity.

None of this, meanwhile, should distract attention from the threat posed by jihadists inside Pakistan and also by the terrorist group Lashkar-e-Taiba. Another big attack by LeT on India, one akin to the devastating Mumbai attacks of 2008, could seriously destabilise India-Pakistan relations and have an impact on inter-ethnic relations in the UK.

All of this gives western intelligence experts food for thought. But they do not see the terrorist challenge simply in terms of changing geography. They also stress that one of the biggest challenges remains the role played by the internet, which allows jihadists to propagate messages that can encourage local people in the US, Britain and Europe to carry out attacks.

The activities of Anwar al-Awlaki in Yemen have shown in the past how a talented, radical preacher can encourage a range of ordinary people in the US and Britain to engage in jihad. Despite the killing of Awlaki, there are fears that such preaching by others will be the model for future terrorist outrages where vulnerable individuals are encouraged to carry out deeds by themselves.

“We face a lower threat than was the case a few years ago when the core of al-Qaeda was launching complex and spectacular plots,” says one intelligence official.

“But that does not mean the danger has gone away. The big worry today is of the disaffected and lone figure who has been radicalised over the internet but of whom there has been little trace of any criminal activity.

None of this, meanwhile, should distract attention from the threat posed by jihadists inside Pakistan and also by the terrorist group Lashkar-e-Taiba. Another big attack by LeT on India, one akin to the devastating Mumbai attacks of 2008, could seriously destabilise India-Pakistan relations and have an impact on inter-ethnic relations in the UK.

All of this gives western intelligence experts food for thought. But they do not see the terrorist challenge simply in terms of changing geography. They also stress that one of the biggest challenges remains the role played by the internet, which allows jihadists to propagate messages that can encourage local people in the US, Britain and Europe to carry out attacks.

The activities of Anwar al-Awlaki in Yemen have shown in the past how a talented, radical preacher can encourage a range of ordinary people in the US and Britain to engage in jihad. Despite the killing of Awlaki, there are fears that such preaching by others will be the model for future terrorist outrages where vulnerable individuals are encouraged to carry out deeds by themselves.

“We face a lower threat than was the case a few years ago when the core of al-Qaeda was launching complex and spectacular plots,” says one intelligence official.

“But that does not mean the danger has gone away. The big worry today is of the disaffected and lone figure who has been radicalised over the internet but of whom there has been little trace of any criminal activity.”

http://www.ft.com/intl/cms/s/0/bc89b6f4-40fe-11e1-8c33-00144feab49a.html#axzz1kSwLshDS

mercoledì 25 gennaio 2012

«Les banques font de gros profits sans risque»

Le Temps
DAVOS Jeudi26 janvier 2012
PAR ANOUCH SEYDTAGHIA DAVOS
George Soros: «Les banques font de gros profits sans risque» Le milliardaire redoute une «destruction de l’Union européenne». Il propose un soutien de la BCE aux Etats en difficulté

A 81 ans, s’il cherche parfois un peu ses mots, George Soros a conservé un œil vif et le sens des propos tranchants. Invité à Davos mercredi à la 42e réunion annuelle du Forum économique mondial, à présenter sa vision de la situation économique, le milliardaire a, en homme d’affaires avisé, commencé par présenter son dernier livre, Financial Turmoil in Europe and the United States.

Avant, immédiatement, de dresser un portrait très sombre de la situation: «Les mesures prises en décembre par la Banque centrale européenne (BCE) ont certes réglé le problème des prêts entre banques. Mais cela ne résout rien pour les pays. Les membres les plus faibles de la zone euro sont désormais relégués à l’état de pays du tiers-monde.» Pour George Soros, seules les banques ont été protégées: «Arrosées de liquidités obtenues à des taux d’intérêt très bas, elles ont pu prêter à l’Espagne ou à l’Italie à des taux élevés, ce qui leur permet de gros profits sans prendre le moindre risque, la BCE étant derrière pour les soutenir.» Du coup, certains Etats se retrouvent «au bord du précipice», analyse le milliardaire, qui esquisse une solution. «Il faudrait que l’Espagne et l’Italie puissent émettre des bons du Trésor à un taux de 1%», des titres garantis en sous-main tant par la BCE que le Fonds européen de stabilité financière.

Autant aider directement les États, avance George Soros, pour éviter une «destruction de l’Union européenne». Avant de reconnaître que son plan est «plutôt compliqué» et qu’il n’a pas reçu de soutien.

«Dégâts importants»

Le financier attend de Berlin un changement d’attitude. «Bien sûr, je sais qu’en période d’austérité, ce sont les créanciers qui décident. Mais il faut que l’Allemagne cesse avec ses mesures d’austérité qu’elle veut imposer à toute l’Europe, car cela risque de créer une spirale déflationniste. Les salaires vont baisser, l’économie va se contracter, les rentrées fiscales vont diminuer, c’est un cercle vicieux qui s’amorce.» L’homme affirme toutefois qu’il ne veut «pas trop critiquer l’Allemagne, qui a obtenu des succès considérables et qui pense que ses solutions s’appliquent pour tous».

Du coup, comment relancer la croissance? Gorge Soros admet qu’une certaine discipline fiscale est nécessaire. Il estime par ailleurs que la création d’euro-obligations («sous une forme ou une autre») et une décision forte, au niveau politique européen, de lancer des initiatives pour relancer l’économie, sont nécessaires. Mais l’homme d’affaires n’entre pas dans les détails.

Questionné sur la probabilité d’un défaut de la Grèce, George Soros préfère ne pas se prononcer: «C’est une menace qui est toujours là. Si la zone euro n’est pas plus forte et plus solidaire, les dégâts seront très importants.» Ce Hongrois d’origine redoute par ailleurs que la situation politique en Hongrie ne contamine d’autres pays de la zone euro. «Ce n’est peut-être que le début», a-t-il affirmé, faisant référence au virage autoritaire pris par le gouvernement de Budapest.

Enfin, George Soros juge qu’en Italie le gouvernement Monti travaille bien. Il faut cependant que les Italiens reçoivent les bénéfices de leurs efforts pour éviter le retour aux affaires d’un gouvernement du style Berlusconi.


http://www.letemps.ch/Page/Uuid/ed626046-4798-11e1-b34f-39ddeb21f092%7C0

martedì 24 gennaio 2012

Le cycle économique et les gratte-ciel


LE TEMPS PAR CÉCILE PHILIPPE (*Directrice de l’Institut économique Molinari)

Barclays Capital a publié le 12 janvier une étude dans laquelle elle suggère aux investisseurs de se méfier de l’Inde et de la Chine. Pourquoi? Parce que ce sont dans ces deux pays que se trouveront bientôt les plus hauts gratte-ciel du monde

Barclays Capital a publié le 12 janvier une étude dans laquelle elle suggère aux investisseurs de se méfier de l’Inde et de la Chine. Pourquoi? Parce que ce sont dans ces deux pays que se trouveront bientôt les plus hauts gratte-ciel du monde. Les chantiers s’y multiplient. La Chine compterait 56% des gratte-ciel en construction dans le monde. Du côté de l’Inde, deux tours géantes viennent d’y être achevées et 14 autres sont en construction. En 2016, on devrait y inaugurer la deuxième plus grande tour du monde, la «Tower of India», 700 mètres. Ce genre de corrélation peut faire sourire et suscite en général le scepticisme. Il ne semble, en effet, pas évident d’y voir une relation de cause à effet.

Cet indice «gratte-ciel» créé par l’économiste Andrew Laurence en 1999, sans être parfait, montre néanmoins un lien fort entre la construction de gratte-ciel toujours plus hauts et l’explosion d’une crise financière. Ainsi, le lancement de la construction du Chrysler building a lieu un an avant le fameux «jeudi noir» annonçant le début de la Grande Dépression aux Etats-Unis. Il sera finalement inauguré le 28 mai 1930, devenant ainsi le building le plus haut du monde à l’époque (319 mètres). De même, la tour Burj Khalifa à Dubaï, géante de plus de 800 mètres, fut inaugurée au moment où l’émirat était rattrapé par une crise financière.

L’indice n’est certes pas infaillible puisque Lawrence indique lui-même qu’il a failli à prédire une crise en 1913 lorsqu’un nouveau record est atteint avec la construction du Woolworth building. De même, la crise financière au Japon n’a pas coïncidé avec l’érection d’un nouveau record du monde en la matière. Reste que, selon l’économiste Mark Thornton, sans être une cause des cycles, la construction de gratte-ciel toujours plus hauts peut être un bon indicateur d’une crise sous-jacente.

Pourquoi? Parce que, aujourd’hui, «les gratte-ciel sont au cœur de l’organisation du monde capitaliste moderne. C’est là que les décisions y sont prises et transmises à tout le système et que les commerçants communiquent et échangent des informations et des biens.»

Du coup, le cycle économique qui frappe de plein fouet le monde des affaires a de forte chance d’avoir un impact sur les buildings. Les économistes de l’école dite d’économie autrichienne (Richard Cantillon, Ludwig von Mises, le Prix Nobel Friedrich Hayek) expliquent comment la manipulation des taux d’intérêt par les banques centrales entraîne une expansion du crédit, elle-même à l’origine d’un boom à travers la multiplication d’investissements apparemment rentables – qui déboucheront sur une crise en bout de ligne.

La baisse du taux d’intérêt peut ainsi influencer de trois manières différentes, et néanmoins interconnectées, le désir de construire des gratte-ciel toujours plus hauts. C’est ainsi qu’on peut effectivement découvrir que les buildings les plus hauts du monde sont souvent construits pendant des périodes où le taux d’intérêt est artificiellement poussé à la baisse.

Le premier effet d’une baisse du taux d’intérêt est d’augmenter la valeur de la propriété foncière et de diminuer le coût du capital. En effet, elle réduit le coût d’opportunité à posséder des terrains et contribue donc à en augmenter la valeur. On peut aussi dire que lorsque le taux d’intérêt baisse, la demande pour des terrains augmente puisqu’il devient moins coûteux de les acquérir. Du fait d’une baisse du coût du capital en général, il devient donc intéressant de développer des structures plus capitalistiques, c’est-à-dire d’allonger la structure de production. Dans le centre des affaires, cela signifie une utilisation plus intensive des terrains et donc la construction de bâtiments plus hauts. En effet, comme le précise Thornton, «le prix plus élevé des terrains réduit le coût par étage des hauts gratte-ciel versus des structures de plus petite taille et crée donc une incitation à construire des buildings plus hauts afin de répartir le coût du terrain sur un nombre d’étages plus grand.»

Ensuite, la baisse des taux d’intérêt a un impact sur la taille des firmes. Dans la mesure où le coût du capital est moins élevé, les entreprises ont intérêt à croître afin de bénéficier d’économies d’échelle. Elles ont alors tendance à se doter de sièges sociaux et de bureaux plus nombreux et plus grands, ce qui augmente la demande pour des espaces de travail au cœur des villes. Cette demande suscite aussi une hausse des loyers qui elle-même encourage la construction de plus d’espaces et donc de gratte-ciel plus hauts.

Enfin, le dernier effet porte sur les techniques de construction, en amont du chantier lui-même et source d’un allongement plus grand encore du processus de production. Au fur et à mesure que la taille des bâtiments augmente, les contraintes s’intensifient et obligent tous les fournisseurs et constructeurs à plancher sur de nouveaux moyens d’assurer la solidité de la structure, de la ventiler, etc.

Tout cela est rendu possible par une politique de taux d’intérêt bas. Dès lors que cette politique change (sous l’effet de pressions inflationnistes, par exemple) et que les taux remontent, le processus s’inverse et les projets qui semblaient rentables ne le sont plus et la crise éclate. Elle peut cependant clairement avoir suscité la construction de ces projets pharaoniques.

Par conséquent, si l’indice de construction n’est pas une boule de cristal, il existe des arguments économiques solides pour lier le cycle économique à des records en matière de construction. La mise en garde de Barclays Capital à l’égard de la Chine et de l’Inde est donc intéressante et pose la question des politiques monétaires expansionnistes qui y sont sans doute menées.

http://www.letemps.ch/Page/Uuid/621c2062-46cb-11e1-a031-0038f692b009/Le_cycle_%C3%A9conomique_et_les_gratte-ciel