martedì 28 giugno 2011

RIFLESSIONI SUL DOLORE - RIFLESSIONE QUARTA – Dolore e terrorismo


RIFLESSIONE QUARTA – Dolore e terrorismo

Il terrorismo è uno dei maggiori veicoli di dolore.
Al terrorismo è sconosciuta la compassione. Lo scopo del terrorismo è separare le monadi, scompigliarle, gettarle nel panico. Uccidere è il metodo migliore per apportare il dolore. Le azioni dei terroristi provengono dall'oscurità. I loro disegni sono inaccessibili ai più.
Il terrorismo in fondo partecipa dell'idea del dolore: il dolore in sé è oscuro ed inaccessibile ai più. Nel dolore non vi sono ragioni, come nel terrorismo: perché io e non un altro? - è la domanda ontologica di chi soffre.
Dunque terrorismo e dolore hanno radici comuni, partecipando dell'0scurità e dell'incomprensibilità.
Non c' è una ragione nel terrorismo, come non c'è nell'interrogarsi ontologico del dolore, perché il terrorismo è incomprensibile alle ragioni della democrazia. Il terrorismo non ha per la natura stessa della democrazia una ragione valida per esistere.

Caso mai la domanda ontologica vera potrebbe essere: perché pensare il dolore e il terrorismo partecipanti della medesima natura?
Compito del pensiero è indagare i valori intelligibili, a maiori quelli trasversali, ovvero i transcendentales, che colgono il massimo della riflessione occupando il minimo spazio.

RIFLESSIONI SUL DOLORE - RIFLESSIONE TERZA – Dolore e compassione


RIFLESSIONE TERZA – Dolore e compassione

La compassione è l'unico sentimento che avvicina al dolore dell'Altro. Senza compassione il dolore non può essere partecipato. La compassione rende umani.
Il dolore disumanizza e per questo è necessaria la compassione, per partecipare di un'umanità che nell'Altro si assenta.
Nelle relazioni umane la compassione è necessaria in quanto veicolo di unione fra monadi chiuse: il dolore eleva lo stato di monade alla massima potenza. Il dolore separa e non unisce. La compassione in quanto compartecipazione può unire ciò che di per sé tende a separarsi: ovvero l'unione delle monadi avviene in un determinato stato.

FIRENZE: il virus del cliente invisibile


FIRENZE: il virus del cliente invisibile


A Firenze vi è un virus che colpisce molti bar e soprattutto baristi: il virus del cliente invisibile. Ci sono bar più colpiti altri meno colpiti. Altri a seconda del momento della giornata o del barista di turno. Questo virus rende il cliente invisibile agli occhi del barman. E' un virus impietoso per il cliente ovviamente, perché il barman che viene affetto dal virus non vede il cliente. Il cliente è lì davanti a lui, con lo scontrino in mano in punta di piedi per farsi notare meglio, magari anche con il braccino sollevato e con lo scontrino che gli spunta dalle dita, ormai estensione della sua bocca che articola: "Un caffè per favore!" , ma nonostante ciò il barista non lo vede. Il virus del cliente invisibile spinge il barista a fare cose strane: 1) si appoggia alla macchina del caffè e chiacchiera con un amico ed un collega incurante del fatto che dietro di lui c'è una lunga fila di clienti in attesa 2) lo spinge a continuamente mettere a posto i bicchieri, le tazzine, i piattini; a caricare il frigo di acqua minerale; a pulire il banco; a sistemare le zuccheriere... 3) lo obbliga soprattutto a stare in una posizione alquanto inadatta al suo lavoro: stare con le spalle voltate verso il cliente... Ci sono dei bar dove il virus colpisce costantemente: 1) il caffè Paszkowski: qui i baristi ne sono gravemente colpiti. Vi potreste trovare nella condizione di stare in attesa anche per 20 minuti, prima che il virus conceda un attimo di respiro al barman e vi possa vedere. Qui il virus è appunto virulento. Costringe i poveri barman a stare sempre chini sul banco a pulire e mettere a posto, in una posizione davvero indelicata: voltando le terga la cliente. Se entrate al Paszkowski, non fate caso all'aspetto ieratico e professorale dei barman, in realtà lì la malattia è grave e non concede respiro e dà loro quell'aura seria e grave come se entraste in punta di piedi nel tempio della Haute Cuisine. 2) il caffè Scudieri. Qui però il virus va ad alti e bassi. Ci sono momenti che concede respiro e momenti che colpisce duramente. Dovete solo sperare di essere fortunati 3) il caffè Cavalli. Qui il virus pare che abbia colpito recentemente. Probabilmente il virus è stato importanto da barman nuovi, più dinamici e dal fare disinvolto, che però danno chiari segni di esserne colpiti in modo inequivocabile. Il virus al Cavalli pare avere delle mutazioni più recenti: permette al barman di vedere donne, ma solo quelle belle. Purtroppo oscura ed ottenebra la mente al barman riguardo ad ogni altro tipo di clientela. Vorrei comunque invitare il turista a non disperare. A cercare. Ancora ci sono dei bar
non colpiti dal virus. Vanno solo trovati.

lunedì 27 giugno 2011

RIFLESSIONI SUL DOLORE - RIFLESSIONE SECONDA – Dolore e morte


RIFLESSIONE SECONDA – Dolore e morte

Il dolore non anticipa la morte. Lo stato del dolore è lontano da quello della morte. E' l'annuncio della corruzione del corpo ma prima ancora è il disagio dell'essere individuale in questo mondo. Questo è il senso psicosomatico della malattia.

Dolore e morte mai si sovrappongono. La morte non è presente nel dolore. Il dolore invece è situato in questo mondo. Mentre la morte esula da questo mondo, il dolore si annuncia sempre e comunque nella vita. E la vita è per la vita e non per la morte (come diceva invece Heidegger). La morte infatti è uno status sempre ignorato in vita: la morte mai concerne il Sé ma sempre l'Altro, ma l'Altro non è mai il Sé.

Il dolore è l'affermazione del Sé con il Sé. La nudità gettata in faccia al Sé e mai all'Altro.

La morte è l'ascolto di una narrazione che non può comunque essere esperita fin dall'inizio. Il dolore è il farsi di una narrazione che viene da subito avvertita.

Per capire la narrazione della morte bisogna sempre rifarsi alle narrazioni ad arte (santi, mistici, letterati, filosofi, pittori, musicisti, medium...). Per capire la narrazione del dolore basta guardare in faccia chi soffre e la narrazione è immediatamente intesa.

La morte è il salto nel nulla, il dolore è la discesa nella carne ulcerata che ci tormenta costante.

domenica 26 giugno 2011

RIFLESSIONI SUL DOLORE (RIFLESSIONE PRIMA): la stupidità come atteggiamento più immediato



RIFLESSIONE PRIMA

L'individuo che soffre antepone spesso il di-vertimento della stupidità alla sofferenza. Perché? La stupidità sospende il dolore. Stupido viene dal latino stupere, sbalordire, venir meno a qualcosa. In inglese silly viene dal middle english e significa "felice", in tedesco dumm, viene dall'antico alto tedesco e significa sordo, privo di parole, muto, ottuso.
Tutti atteggiamenti di ritrazione da, sospensione di, diversione da, contrario di...
Accettare la stupidità o la leggerezza come reazione e alterazione del dolore è dunque un atteggiamento più che naturale per chi soffre.
Meno naturale è lo stoicismo o la sopportazione perché sono atteggiamenti di rimando e non sono ispirati direttamente dall'interno dell'individuo ma sostenuti esternamente da ideali o valori altri, che non servono all'occultazione immediata dell'oscurità del dolore bensì solo a interiorizzare il male, a prenderne coscienza, ad analizzarlo per concettualizzarlo.
Stupidità o concettualizzazione sono due modi di ottundere, mascherare il soffrire.
Rappresentano, in altre parole, il travestimento dell'essere che teme la sua nudità: l'impotenza davanti al dolore.
L'impotenza è il sentirsi non più al centro del mondo ma distanti dal suo centro. Esclusi, discriminati, abbandonati a se stessi e perciò impotenti rispetto al mondo stesso.
I cristiani forse direbbero che il dolore eleva lo spirito. Noi diciamo che lo spirito è annihilito se non trova una reazione, un mascheramento della verità per evitare l'impotenza e l'esclusione. E la stupidità è l'atteggiamento salvifico più immediato, quasi contemporaneo rispetto al fenomeno del provare dolore.
La concettualizzazione invece avviene sempre ex post.
Se mentre soffro vedo un film stupido che mi fa ridere posso riuscire a dimenticare ed essere di-vertito dal dolore nel momento medesimo che il dolore agisce su di me.
Capire il dolore, accettare il dolore stoicamente o cristianamente in vista di una salvezza più remunerativa avviene sempre ex post .

sabato 25 giugno 2011

MICHEL PETRUCCIANI - BODY & SOUL di Michael Radford

Michel Petrucciani - Body & Soul

Un film di Michael Radford, con Michel Petrucciani

GENERE: Documentario

PRODUZIONE: Francia, Germania, Italia 2011



Dov’è Dio? - mi sono domandato vedendo questo film, perché Petrucciani è la vittoria dell’Uomo sulla malattia, senza l’aiuto di Dio. La vittoria sulla malattia attraverso i vizi e gli eccessi. La menzogna, l’arroganza, l’egoismo e la volontà di vivere senza perdere un secondo, nemmeno facendoselo rubare dal dolore di un corpo che continuamente si rompe per una malattia congenita sin dalla nascita: l’osteogenesi, che gli ha regalato ossa fragili come il vetro.

Quest’uomo aveva paura di morire e lo diceva, e per questo aveva fretta. Sapeva di avere poco tempo per fare quello che voleva. Il suo scopo era la musica e la musica è stata la guida della sua vita, fino alla morte.

Michel amava ridere, scherzare, raccontare balle. Amava la stupidità, perché come la musica gli riempiva la vita e dimenticava il dolore.

Tutto accadeva in corpo di 99 centimetri, ogni giorno rotto dal dolore.

Un Leopardi della musica, che come il Leopardi deve molto al padre ossessivo, e come il Recanate studiava dieci o dodici ore al giorno Michel suona il piano dieci o dodici ore al giorno.

Michel sa che non vivrà a lungo e va di corsa.

A tredici anni inizia a fare concerti e stupisce tutti. A diciotto parte per gli Stati Uniti e comincia a suonare con Charles Lloyd e la sua vita cambierà. In sei mesi impara l’inglese in modo perfetto. Conosce la sua prima moglie, che lo porta fuori tenendolo in collo come un bambino. Le donne lo cercano. Piace alle donne. La sua mostruosità inquieta ma affascina il lato oscuro femminile. Suona con i più grandi nomi del mondo della musica. E’ il momento dei first times: la prima volta degli hotel a quattro stelle, la prima volta in limousine, la prima volta nei grandi concert halls….è arrogante, è spaccone, è fanfarone…ama la vita e cerca di dimenticare la morte (che per lui sarà prematura). Gli Stati Uniti sono Lourdes per lui.

Aborre la solitudine e si butta nelle droghe: ho usato un sacco di droga e non posso dirlo – si confesserà disperato davanti alla camera.

Non guarda indietro: è sempre moving forward , come dice la sua prima moglie, che piantò in asso per un’altra.

E’ un film che ci insegna ad amare i vizi, come forza della vita, come antidoto al dolore, che invece le misconoscitrici religioni ci hanno insegnato a vedere come il male della vita.

Michel voleva disperatamente vivere e trovò nel vizio e nel piacere l’unica forza vitale, al di là della musica, che poteva tenerlo al centro del mondo.

Ha vissuto com’era fisicamente: in modo mostruoso.

Fanno male del parole del figlio, che si domanda perché un padre così abnorme abbia deciso di generarlo.

Voto: tre stelle

sabato 18 giugno 2011

LONDON BOULEVARD di William Monahan


London Boulevard

REGIA: William Monahan

ATTORI: Colin Farrell, Keira Knightley, David Thewlis, Anna Friel, Ben Chaplin

GENERE: Thriller

DURATA 103 min

“Sei libero!”, con queste parole inizia il film e la storia di Mitchell. Ora, fuori dal carcere l’attende una nuova vita. Ha pagato il suo debito. Può ricominciare.

Fuori dal carcere l’aspetta Billy, un amico. Billy lo mette al corrente che nel frattempo tante cose sono cambiate: in molti paesi d’Europa esistono le leggi antifumo. Ma Billy vuole riportare Mitchell ad essere un criminale e Mitchell non vuole. E cerca di non riprendere la vita di prima. Il carcere gli ha fatto male e anche se da fuori non si vede, lui lo sente dentro.

La sera gli amici gli hanno fatto una festa. Gli vogliono parlare di “lavoro”, ma Mitchell cerca di sfuggirli e incontra sua sorella, tossica, ladra e assatanata di sesso. La becca in uno scantinato a drogarsi. La prende la mette in taxi e la manda a casa.

Alla festa incontra anche Penny, una ragazza che aveva prima salvato da una banda di ragazzi che la volevano rapinare al bancomat. Lei gli propone di lavorare come body guard per Charlotte, un’attrice famosa, perseguitata giorno e notte dai paparazzi che vivono accampati davanti casa sua e sopra i tetti.


Il Male circonda Mitchell, dappertutto. E vuole riportarlo sulla cattiva strada. Il Male infine gli si para davanti nelle vesti di Gant, un violento boss che lo vuole, sia in senso fisico che come collaboratore…

Il film non è un gran che, tuttavia non annoia e questo non è poco. Non esalta però. Si fa vedere, perché non irrita. Scivola. Non troppo veloce ma scivola.

E’ un film di tanti luoghi comuni, tuttavia ben diluiti. I dialoghi sono spesso pretenziosi, cercando di assumere un tono alto, anche con citazioni letterarie. Storia sussiegosa ma comunque fruibile, soprattutto quando nasce l’amore fra Mitchell e Charlotte e quando Mitchell, colpito duramente da Gant, decide di ucciderlo.

Come ho già detto in altre occasioni, se avete qualcosa d’interessate da fare, fatelo pure. Non vedere London Boulevard non sarà il rimpianto della vostra vita.

Due stelle e mezzo.