
RIFLESSIONE QUARTA – Dolore e terrorismo




RIFLESSIONE SECONDA – Dolore e morte
Il dolore non anticipa la morte. Lo stato del dolore è lontano da quello della morte. E' l'annuncio della corruzione del corpo ma prima ancora è il disagio dell'essere individuale in questo mondo. Questo è il senso psicosomatico della malattia.
Dolore e morte mai si sovrappongono. La morte non è presente nel dolore. Il dolore invece è situato in questo mondo. Mentre la morte esula da questo mondo, il dolore si annuncia sempre e comunque nella vita. E la vita è per la vita e non per la morte (come diceva invece Heidegger). La morte infatti è uno status sempre ignorato in vita: la morte mai concerne il Sé ma sempre l'Altro, ma l'Altro non è mai il Sé.
Il dolore è l'affermazione del Sé con il Sé. La nudità gettata in faccia al Sé e mai all'Altro.
La morte è l'ascolto di una narrazione che non può comunque essere esperita fin dall'inizio. Il dolore è il farsi di una narrazione che viene da subito avvertita.
Per capire la narrazione della morte bisogna sempre rifarsi alle narrazioni ad arte (santi, mistici, letterati, filosofi, pittori, musicisti, medium...). Per capire la narrazione del dolore basta guardare in faccia chi soffre e la narrazione è immediatamente intesa.
La morte è il salto nel nulla, il dolore è la discesa nella carne ulcerata che ci tormenta costante.

Michel Petrucciani - Body & SoulUn film di Michael Radford, con Michel Petrucciani
GENERE: Documentario
PRODUZIONE: Francia, Germania, Italia 2011
Dov’è Dio? - mi sono domandato vedendo questo film, perché Petrucciani è la vittoria dell’Uomo sulla malattia, senza l’aiuto di Dio. La vittoria sulla malattia attraverso i vizi e gli eccessi. La menzogna, l’arroganza, l’egoismo e la volontà di vivere senza perdere un secondo, nemmeno facendoselo rubare dal dolore di un corpo che continuamente si rompe per una malattia congenita sin dalla nascita: l’osteogenesi, che gli ha regalato ossa fragili come il vetro.
Quest’uomo aveva paura di morire e lo diceva, e per questo aveva fretta. Sapeva di avere poco tempo per fare quello che voleva. Il suo scopo era la musica e la musica è stata la guida della sua vita, fino alla morte.
Michel amava ridere, scherzare, raccontare balle. Amava la stupidità, perché come la musica gli riempiva la vita e dimenticava il dolore.
Tutto accadeva in corpo di 99 centimetri, ogni giorno rotto dal dolore.
Un Leopardi della musica, che come il Leopardi deve molto al padre ossessivo, e come il Recanate studiava dieci o dodici ore al giorno Michel suona il piano dieci o dodici ore al giorno.
Michel sa che non vivrà a lungo e va di corsa.
A tredici anni inizia a fare concerti e stupisce tutti. A diciotto parte per gli Stati Uniti e comincia a suonare con Charles Lloyd e la sua vita cambierà. In sei mesi impara l’inglese in modo perfetto. Conosce la sua prima moglie, che lo porta fuori tenendolo in collo come un bambino. Le donne lo cercano. Piace alle donne. La sua mostruosità inquieta ma affascina il lato oscuro femminile. Suona con i più grandi nomi del mondo della musica. E’ il momento dei first times: la prima volta degli hotel a quattro stelle, la prima volta in limousine, la prima volta nei grandi concert halls….è arrogante, è spaccone, è fanfarone…ama la vita e cerca di dimenticare la morte (che per lui sarà prematura). Gli Stati Uniti sono Lourdes per lui.
Aborre la solitudine e si butta nelle droghe: ho usato un sacco di droga e non posso dirlo – si confesserà disperato davanti alla camera.
Non guarda indietro: è sempre moving forward , come dice la sua prima moglie, che piantò in asso per un’altra.
E’ un film che ci insegna ad amare i vizi, come forza della vita, come antidoto al dolore, che invece le misconoscitrici religioni ci hanno insegnato a vedere come il male della vita.
Michel voleva disperatamente vivere e trovò nel vizio e nel piacere l’unica forza vitale, al di là della musica, che poteva tenerlo al centro del mondo.
Ha vissuto com’era fisicamente: in modo mostruoso.
Fanno male del parole del figlio, che si domanda perché un padre così abnorme abbia deciso di generarlo.
Voto: tre stelle

REGIA: William Monahan
ATTORI: Colin Farrell, Keira Knightley, David Thewlis, Anna Friel, Ben Chaplin
GENERE: Thriller
DURATA 103 min
“Sei libero!”, con queste parole inizia il film e la storia di Mitchell. Ora, fuori dal carcere l’attende una nuova vita. Ha pagato il suo debito. Può ricominciare.
Fuori dal carcere l’aspetta Billy, un amico. Billy lo mette al corrente che nel frattempo tante cose sono cambiate: in molti paesi d’Europa esistono le leggi antifumo. Ma Billy vuole riportare Mitchell ad essere un criminale e Mitchell non vuole. E cerca di non riprendere la vita di prima. Il carcere gli ha fatto male e anche se da fuori non si vede, lui lo sente dentro.
La sera gli amici gli hanno fatto una festa. Gli vogliono parlare di “lavoro”, ma Mitchell cerca di sfuggirli e incontra sua sorella, tossica, ladra e assatanata di sesso. La becca in uno scantinato a drogarsi. La prende la mette in taxi e la manda a casa.
Alla festa incontra anche Penny, una ragazza che aveva prima salvato da una banda di ragazzi che la volevano rapinare al bancomat. Lei gli propone di lavorare come body guard per Charlotte, un’attrice famosa, perseguitata giorno e notte dai paparazzi che vivono accampati davanti casa sua e sopra i tetti.
Il Male circonda Mitchell, dappertutto. E vuole riportarlo sulla cattiva strada. Il Male infine gli si para davanti nelle vesti di Gant, un violento boss che lo vuole, sia in senso fisico che come collaboratore…
Il film non è un gran che, tuttavia non annoia e questo non è poco. Non esalta però. Si fa vedere, perché non irrita. Scivola. Non troppo veloce ma scivola.
E’ un film di tanti luoghi comuni, tuttavia ben diluiti. I dialoghi sono spesso pretenziosi, cercando di assumere un tono alto, anche con citazioni letterarie. Storia sussiegosa ma comunque fruibile, soprattutto quando nasce l’amore fra Mitchell e Charlotte e quando Mitchell, colpito duramente da Gant, decide di ucciderlo.
Come ho già detto in altre occasioni, se avete qualcosa d’interessate da fare, fatelo pure. Non vedere London Boulevard non sarà il rimpianto della vostra vita.
Due stelle e mezzo.