giovedì 25 novembre 2010

CONSIGLI PER FILM IN DVD: "This is it" By Kenny Ortega


This is it

By Kenny Ortega

Non so perché ma ogni volta che vedo un film sul rock, io, abituato alla solitudine dello scrivere, imparo il lavoro collettivo. Il rock è veramente un fatto collettivo, di equipe, di massa, di persone che collaborano a finalizzare lo show, un progetto di due ore tutt’al più.

Costruire uno show su Michael Jackson per Kenny Ortega ha significato costruirlo sul suo corpo. Il corpo di Michael è il pilastro, il centro ed il fulcro dello spettacolo. Tutto il resto è un’estensione del suo corpo: i ballerini, i musicisti, i coristi, le luci, la regia. Tutto gira intorno a questa macchina formidabile che è il corpo di Michael. Il corpo e la voce. Le mani soprattutto. Le mani di Michael sono meravigliose: si agitano, fremono, si contorcono, vibrano, ammiccano, rapiscono, accompagnano ed amplificano la voce, irretiscono lo spettatore, lo catturano e lo trascinano.

Io non so, se Michael non fosse morto, come davvero sarebbe stato questo show dal vivo, di cui il film raccoglie ore di prova filmate durante la messa a punto dello show e le condensa intorno ad un corpo capace di muovere tutto e di far girare intorno a sé uno spettacolo di dimensioni mastodontiche, dai costi astronomici, improntandolo al più stereotipato gigantismo americano cartonato, tutto effetti speciali ma con gli spruzzi noir da day after di Thriller e Billie Jean.

Non lo so. So però che Kenny Ortega ha fatto un bel lavoro. Un film che vale la pena di vedere.

E tuttavia il film alla fine lascia un po’ freddini. Mai decolla e trascina come invece era capace di fare Shine a light il film di Martin Scorsese sui Rolling Stones, che ti costringeva a saltare sulla poltroncina. Forse è colpa dello show, dove tutto sa di troppo professionismo, di precisione meccanica, di dettagli curati e limati in modo maniacale che qualche volta finiscono per annacquare e imbrigliare il corpo di Michael Jackson. Un corpo che negli anni ha saputo costruire se stesso fino a diventare la più grande macchina umana dell’ entertainment.

- E’ il più grande entertainer del mondo! – dice un chitarrista di Michael.

E davvero lo era.

lunedì 22 novembre 2010

CONSIGLI PER ACQUISTI FILM IN DVD "CADO DALLE NUBI" di Gennaro Nunziante


CADO DALLE NUBI di Gennaro Nunziante

Meno male che c’è il sud in quest’Italia che proprio il massimo dell’allegria non è. Meno male che ci sono i terroni che hanno ancora allegria e ingenuità da vendere per affrontare questo mondo, poco allegro e poco ingenuo pieno di depressi e di infelici. Saranno terroni, saranno caciaroni, ignoranti, cafoni e pure bugiardi ma vivaiddio che ci sono i terroni!

Il film è una boiata pazzesca. Le battute sono penose all’inverosimile ma alla fine ti fanno ridere, ti coinvolgono e ti fanno felice. E questo non è poco!

E’ proprio il peggio del peggio della mediocrità.

C’è il peggio della mediocrità del sud, i terroni, ma c’è anche il peggio della mediocrità del nord, i leghisti: i “veri” figli della Padania.

Checco (Zalone) sopporta di tutto in questo mondo “civile” (Milano), dove lui è andato con l’idea di sfondare per diventare un cantante di successo fuggendo da un piccolo paese della Puglia incapace di riconoscere il suo talento, perché Nemo propheta in patria: il cugino che è diventato gay e convive con un personal trainer, un prete che non sa di prete perché è troppo bello e non si veste da prete, la cocaina che lui scambia per gesso e la usa per riparare un portasapone…ma l’affronto del padre leghista della ragazza che lui ama – Marika – che gli getta nella spazzatura le sacre orecchiette “casearie” (cioè fatte in casa) dalle sacre mani della mamma, questo no! Questo non lo tollera! Questo è troppo anche per lui! Fugge allora da tutti e ritrova la sua dignità di uomo offeso nel proprio onore…

Il film è davvero la rivisitazione del tema della Bella (Marika - la ragazza che lui ama - bella sofisticata colta e nordica) e la Bestia (lui - Checco - brutto sgraziato cafone ignorante e soprattutto terrone).

Il film alla fine però ti prende per la sua comicità, di bassa lega è vero, ma anche per il risvolto che quando lui sparisce tutti lo cercano perché finalmente il suo sogno di diventare cantante sta per avverarsi. Finalmente anche la Bella – Marika – ha capito di amare la Bestia – Checco -, e finalmente tutti vivranno per sempre (forse) felici e contenti.

Checco è un incrocio fra la Bestia e un Fabio Volo in formato ridotto, è un mediocre “meravigliosamente mediocre” e la sua comicità funziona perché è altrettanto”meravigliosamente mediocre”.

Un film che consiglio soprattutto ai giovani ma anche agli anziani, almeno a quelli che ancora hanno voglia di ridere.

sabato 20 novembre 2010

"I Fiori di Kirkuk" un film di Fariborz Kamkari



I Fiori di Kirkuk

REGIA:

Fariborz Kamkari




ATTORI:

Morjana Alaoui

Ertem Eser

Mohammed Bakri

Mohamed Zouaoui

Maryam Hassouni.

Titolo originale Golakani Kirkuk

GENERE: Drammatico

Durata: 115 min

1988 il regime di Saddam Hussein inizia una epurazione del popolo curdo. Najla che da anni studia medicina in Italia, a Roma, ritorna a Baghdad per ritrovare Sherko, il suo ragazzo, un medico curdo che è rientrato in patria per aiutare il suo popolo e fuggito da Najla per non metterla in pericolo: essere curdo è una colpa ed aiutare un curdo è ancora più grave per un’araba.

Najla è una ragazza dai costumi ormai occidentali. Si è italianizzata e per la ricca famiglia dello zio dove vive dopo la morte dei genitori è un problema, soprattutto per il cugino Rasheed, con il quale avrà molti scontri a causa del suo amore per Sherko che è curdo, la razza odiata dagli iracheni che li considerano a livello di animali.

Il film vorrebbe essere, forse, una bella favola d’amore a metà strada fra Bolly e Holly – wood , che però finisce per narrare l’ostinata ingenuità di una ragazza che non conosce il senso della realtà, quello che sta succedendo nel suo paese. Il film ha delle spinte drammatiche belle, ma scade di tono nel volerci presentare la versione di una Giulietta & Romeo story, made in Iraq, con frasi talora assai ricercate, che insistono a indicare bellezza e poesia, ma di fatto risultano troppo sdolcinate e grossolane.

E in tutta onestà ci vuole anche una buona dose di pazienza per seguire le vicende uterine di questa ragazza, testarda, capricciosa, ostinata e ribelle, incapace di ragionare. Cieca di un amore assurdo, dipinto troppo di rosa, che esiste solo nei film. E non rende nemmeno giustizia alle donne dipingendole, in modo così stereotipato, come diaboliche in amore fino ad accettare di convivere con il male (Najla infatti accetterà di lavorare con i servizi interni – la Stasi di Saddam Hussein) in nome di un bene che è solo quello dell’amato, che dopo averlo salvato con tutte le arti femminili a disposizione abbandonerà inspiegabilmente per andare a farsi fucilare senza una ragione valida tranne quella di una nuova ischemia uterina.

La nota positiva di questo film? Che ci fa vedere e capire dall’interno come funzionava il regime di un boia.

Due stelle.

"Carlos" di Olivier Assayas dal 21 aprile per tre giovedì su FX (canale 131 di Sky)




"Carlos" di Olivier Assayas dal 21 aprile per tre giovedì su FX (canale 131 di Sky)





REGIA:

Olivier Assayas


ATTORI:

Edgar Ramirez

Alexander Beyer

Julia Hummer

Nora von Waldstätten

Anna Thalbach

GENERE: Drammatico

DURATA: 330 min (Versione originale)

Un colosso da tre ore per la storia di Ilich Ramirez Sanchez, alias Carlos (Édgar Ramírez), la rock star del terrorismo. Così ce lo presenta Olivier Assayas, il regista. Un viaggio interminabile ma affascinante (accompagnato da belle musiche rock) nei meandri del terrorismo internazionale degli anni Settanta: gruppi rivoluzionari e servizi segreti all’opera in ogni parte del mondo. Una rock star, Carlos, sempre al servizio del suo ideale: la causa palestinese e la lotta all’imperialismo ed al sionismo.

Sono gli anni Settanta, gli anni, come li definisce Assayas, della velocità della sopraffazione del politico sul privato. Ed in effetti il film si muove su questa linea. In Carlos non esiste il privato: esistono donne, sesso e alla fine anche l’amore per la sua compagna e poi moglie,Magdalena Kopp (Nora von Waldstätten ). Ma la sua vita è votata alle armi, che sono un’estensione del suo corpo come la chitarra lo era per Jimi Hendrix. Una vita votata all’azione e al combattimento.

Il film salta da Parigi a Londra, Vienna, Algeri, Baghdad, Berlino, Damasco fino ai campi di addestramento palestinesi. Ci sono proprio tutti i servizi segreti: Stasi, KGB, servizi segreti siriani e tutti si muovono per il Lebensraum (spazio vitale) del Comunismo. Ci sono le famose RZ, Revolutionäre Zellen che collaborarono attivamente con Carlos, forse anche per la strage di Bologna del 2 agosto 1980; c’è la Bewegung 2. Juni (Movimento 2 giugno) un gruppo tedesco di guerriglia urbana che prese il nome dalla morte del 2 giugno 1967 di Benno Ohnesorg, studente a Berlino ovest, ad opera del poliziotto Karl-Heinz Kurras, rivelatosi poi un agente della Stasi.

E’ un film che si potrebbe pensare girato per la TV, ma alla fine non lo è. Si avvicina invece molto al modo di girare di Uli Edel (Der Baader Meinhof Komplex).

E ciò che sorprende fin da subito è la visione globale del regista Assayas, che padroneggia sapientemente le fitte connessioni internazionali del terrorismo internazionale figlio della Guerra Fredda che negli anni Settanta insanguinò l’Europa di allora come ora quello Islamico.

Alle azioni rappresentate nel film vengono affiancati filmati d’epoca che conferiscono profondità e velocità (cambio di passo). Un film ben documentato, come emerge soprattutto dai dialoghi, che sa ricostruire bene gli scenari e i costumi (abitudini, moda, stile di vita) di quegli anni. Si respira veramente l’atmosfera degli anni Settanta, anni irripetibili, a torto o a ragione, per molti motivi.

Carlos nel Film si muove come una rock star (pare proprio Bono degli U2), in particolare si veda la resa agli algerini dopo il fallimento del sequestro degli ostaggi della conferenza Opec a Vienna del 21 dicembre 1975.

Epocali le scene in aereo nella fuga da Vienna. La tensione del gruppo di Carlos a causa del “tradimento” degli algerini, del rifiuto dei libici di accogliere l’aereo e dell’indifferenza dell’Iraq che volta loro le spalle dopo avergli promesso il sostegno.

Bravo l’attore, Édgar Ramírez, grande il regista, Olivier Assayas. Un film che merita almeno quattro stelle e mezzo se non altro per la storia che riesce a mettere in scena in modo fresco e moderno. Una storia forse sfiancante per la lunghezza ma affascinante per i contenuti. Un film imperdibile, che vi consiglio assolutamente di vedere non appena uscirà in Italia.

venerdì 19 novembre 2010

CONSIGLI PER FILM IN DVD "IL MIO AMICO ERIC" di Ken Loach

IL MIO AMICO ERIC di Ken Loach

E’ un film su che questo? Sulla possibilità di sognare della classe operaia (se ancora ve n’è una)? Sul sogno della gente comune che cerca di fuggire da una vita normale divenuta una prigione, un ergastolo da cui non c’è via di fuga?

Il film ci racconta la storia di Eric postino depresso a cui la vita va a rotoli. Abbandonato dalla moglie da cui a suo tempo era fuggito per una crisi di rigetto (panico) della famiglia, vive ora solo con i figliastri, che vivono a loro volta una vita da balordi e da delinquenti.

Eric il postino ha toccato il fondo. Ha girato in senso opposto attorno ad una rotonda per cercare la morte, ma non c’è riuscito. E’ solo finito all’ospedale distruggendo la macchina.

La sua vita è un disastro. Solo un miracolo può salvarlo. Ed il miracolo avviene ma non per intervento di un santo ma per l’intervento di un mito del calcio inglese: il centravanti Eric Cantonà.

I miti sono salvifici per la gente comune. Aiutano a uscire dal più grande dolore del mondo: la vita quotidiana. I miti indicano la direzione, ci vengono in soccorso. E quale mito è migliore per un uomo qualunque che quello di un grande sportivo che ci ha fatto sognare? Che ha contribuito a fare del calcio una religione un credo che sarà per tutta la vita? Puoi cambiare moglie, cambiare partito, cambiare fede ma non puoi mai, mai!, cambiare la squadra per cui fai il tifo!

Nel momento di maggiore disperazione, complice un giochetto “paranormale” di visualizzazione dell’oggetto del desiderio e complice la marijuana compare a Eric, il postino depresso, l’altro Eric, quello famoso, il mito del Manchester Utd: il centravanti Eric Cantonà. Gli compare gli parla gli dà consigli su come uscire dalla sua situazione disperata.

E’ un mondo quello di Eric il postino fatto di squallidi locali in cui si beve birra, di amici dalle grosse pance che litigano, davanti a boccali stracolmi, a causa del calcio, l’unica fede e l’unico motivo per cui vivere e sopportare una vita senza possibilità di riscatto. Il calcio è un mondo bello la vita è un mondo schifoso. E difatti le scene più belle del film le più commoventi e le più toccanti, quelle che ti fanno venire la pelle d’oca, sono i filmati veri in cui si vede Cantonà fare dei gol impossibili, di una bellezza audace e commovente.

La comparsa del mito nella vita del postino porta riscatto e voglia di vivere. Il postino ritroverà la voglia di vivere si riavvicinerà all’ex moglie di cui è ancor innamorato dopo ben trenta anni e con l’ aiuto degli amici rimetterà sulla buona strada i due figliastri scapestrati che con lui convivono.

Nel film ce n’è davvero tanta di carne sul fuoco. Fin troppa. Tuttavia il film non prende se non per le scene bellissime dei gol di Cantonà per il suo modo audace rischioso quasi sovrumano di giocare.

Il finale è davvero hollywoodiano. Il mito della famiglia felice riunitasi tutta, dopo trenta anni di peripezie, alla festa di laurea della figlia prende la mano anche a Ken Loach. Nemmeno lui sa sottrarsi a questa musa dei tempi moderni. La legge di Hollywood imprime indelebile il suo marchio anche nella carne di una classe operaia in fase di estinzione.

giovedì 18 novembre 2010

CONSIGLI PER ACQUISTI FILM IN DVD "Lo spazio bianco" di Francesca Comencini


"Lo spazio bianco" di Francesca Comencini

Un bel film davvero. Francesca Comencini sa fare cinema. Ha uno stile tutto suo non scopiazzato dal cinema americano, come per esempio aveva fatto, a man bassa, Paolo Virzì in Tutta la vita davanti, ispirandosi alla commedia americana più brillante o Francesco Maselli in Le ombre rosse, influenzato molto dallo stile da day after dei film di Hollywood sulle catastrofi nucleari.

La Comencini ha uno stile ficcante, che penetra ed arriva in profondità. Belle immagini, bella musica, ottima regia. E' un film, al di là della storia in se stessa tratta dal libro della Parrella, sulla fatica del vivere degli italiani. Su un paese che qualche volta è davvero alle soglie del terzo mondo e della povertà (non per nulla è girato a Napoli), sull'onesta ancora insita in chi sogna e lotta per cambiare questo nostro paese, sulla mancanza dei valori e su chi tuttavia si ostina a cercarne una ragione seppure a livello di corporeità ed istinto senza una logica preordinata e sottoposta a nessuna ideologia...
A mio avviso è uno stile forte quello della Comencini, che si impianta e tiene viva una storia "debole" in senso narrativo, una storia di una vita banale e come tante, difficile da raccontare e farne tema per un film.
Quello che mi ha disturbato è ancora una volta questo modo di recitare e di battute, inaugurato da Nanni Moretti e che sembra aver costituito la Scolastica del nuovo cinema italiano. Credo che si dovrebbe cambiare registro di recitazione. Uno stile meno fondato sulla battuta ad effetto ma più narrativo, più dinamico e meno sclerotizzato, com’era finalmente quello di Claudio Bisio in Si può fare, il bel film di Giulio Manfredonia.

La Buy bravissima! ma c’è bisogno di dirlo? Non mi ricordo un film dove non sia stata brava.

sabato 13 novembre 2010

Noi credevamo di Mario Martone



Noi credevamo

REGIA: Mario Martone






ATTORI:

Luigi Lo Cascio

Valerio Binasco

Francesca Inaudi

Andrea Bosca

Edoardo Natoli.

GENERE: Drammatico

DURATA: 170 min.

Il film inizia dalla repressione borbonica dei moti del 1828 e ci mostra uno spezzato del Risorgimento con gli occhi di tre giovani rivoluzionari (Angelo, Domenico e Salvatore), lungo l’evolversi della situazione politica italiana ed internazionale fino ad arrivare alla conquista di Roma, allo scioglimento delle camicie rosse garibaldine, su cui i soldati piemontesi non esiteranno a sparare, ed al “tradimento” di Crispi.

E’ un film di altri tempi, questo di Martone. E’ TV e meno che mai cinema moderno, e sicuramente ricorda molto gli sceneggiati televisivi degli anni Sessanta. Ricorda un po’ anche Visconti, un po’ Allonsanfan e San Michele aveva un gallo dei fratelli Taviani e un po’ il Bertolucci oleografico di ‘900.

Lucio Pellegrini, il regista di Figli delle Stelle dice che la TV è per persone anziane, ed in effetti la sala di Firenze dove si proiettava oggi Noi credevamo era strapiena (fatto positivo: ho rivisto una sala cinematografica finalmente gremita come negli anni Sessanta) di anziani. Sarà stato effetto del tema? Del Risorgimento di scolastica memoria?

Il film anche se noioso (tre ore son tante) non è brutto; è semplicemente inattuale, per stile e regia. Il cinema negli ultimi anni si è evoluto ed è cresciuto vertiginosamente, nelle idee e nella tecnica. Che forse Martone non se ne sia accorto?

Non lo so. Di certo pare che Martone abbia ben poco assimilato da questa rapida evoluzione. Per giunta ha fatto un film ideologico in un momento in cui ogni ideologia è morta ed estinta.

Fare un film così è quasi firmarsi una condanna a morte.

Ad appesantire il ritmo contribuiscono anche i personaggi e le storie da seguire nel loro svilupparsi perché creano un intreccio che unito alla lunghezza della proiezione rendono faticosa la scorrevolezza della pellicola.

Vorrei anche aggiungere che è un film freddo, senza cuore, perché a differenza di molti altri film di carattere storico, dove spesso si rischia di sovrapporre la sensibilità odierna a quella dei fatti di cui si narra, il film di Martone è in grado di evitare anche questo ultimo pericolo.

Il merito di Noi credevamo? Che alla lunga è un film didattico e magari ci spingerà ad andare a rileggere le pagine di storia del Risorgimento italiano per capire che tutti (o quasi) i mali dell’ Italia di oggi son germinati lì, e meditare sull’inutile sacrificio di tanti eroi a cospetto di un’ Italia che, già allora, ma a maggior ragione ora è retta da una classe politica retorica, penosa, voltagabbana ed irresponsabile verso ogni vero problema di questo paese.

Due stelle e mezzo.