sabato 20 luglio 2013

"STRONZA" (Romanzo a puntate) - Prima parte


Prologo

Che stronzata è la vita.
Quando sei giovane credi che sarà per sempre così. Ti senti immortale (e forse lo sei) e credi che sarà sempre così. Che non cambierà mai. Che rimarrai giovane per sempre. Che potrai fare sempre le stesse cose. Che la malattia e la vecchiaia non ti riguardino né ora né mai.
E invece arrivi a cinquant’anni e capisci che ti hanno fregato.
Chi?
Dio? I preti che ti hanno illuso? Le ideologie?
Ti verrebbe da dire che ti sei fregato da solo ma non è così.
Credi di volta in volta a quello che detta lo Spirito del Tempo. E così di volta in volta hai sempre un obiettivo da inseguire. L’obiettivo che i tempi ti insegnano e che cambia con il cambiare delle Stagioni.
Cambiano molte cose. Cambiano gli amici. Cambiano i fratelli. Cambiano le mogli. Cambiano le compagne.
Cambia il lavoro. Cambia la situazione economica. Cambia tutto.
Anch’io cambiai, fino a diventare irriconoscibile.

Solo Matilde dal 2003 era sempre lì. Immutabile nella sua amicizia. Nel suo rispetto. Nella sua presenza costante ed invariabile. Non cambiava mai.
Mi accompagnava dal 2003 e non cambiava.
Non abbiamo mai fatto l’amore.
Se l’avessimo fatto credo che tutto si sarebbe alterato.
E forse quella immutabilità di affetti era davvero frutto di un atto di castità.

Ma non c’era solo Matilde in quei giorni in cui inizia il ricordo di questa storia. C’era anche Nicole lontana e sempre in fuga da un paese all’altro. Certe volte mi mancava, per il solo fatto che fosse lontana.  

Nicole era una delle poche donne in gamba che avevo incontrato. Era forse l’unica grande donna che avevo incontrato.
Matilde era l’opposto.
Mai in fuga. Affrontava la vita in modo stanziale, senza spostarsi.
Nicole rappresentava per me ciò che avrei voluto essere e non ero: un uomo senza radici e patria che fuggiva in continuazione di paese in paese per non perire. Sempre unterwegs. Fermarsi per me equivaleva alla morte. Ero convinto che chi era perennemente unterwegs si mantenesse sul filo dell’immortalità e della gioventù.

Ripensando a quei giorni ora capisco come la vita fosse fatta in verità solo di odori e sapori. Di emozioni. Gioie e paure. Di carne soprattutto.
La filosofia, le logiche, i grandi valori sarebbero passati ma la carne ed il sangue sarebbero state le costanti dell’esistenza per cui e con cui vivere nel mondo.
I valori avrebbero anche potuto fregarmi ma la carne no, era la mia compagna dall’inizio alla fine.

Che giorno era stato quel giorno?  Mi domandavo alla fine di ogni giorno.
Un nulla assoluto.
Uno zero totale. Una vita senza salite e discese. Tutta pianura. Noiosa pianura.


Nei giorni di quel nulla, fatti di flash e di apparizioni, in un pomeriggio di luglio che mozzava il respiro tanto era caldo incontrai,  come due palle del biliardo che si cozzano per poi allontanarsi in direzioni opposte, una meravigliosa creatura: Anais .
La incontrai al caffè Floriàn di via del Parione.
Era lì accanto a me. Bella, mora, dall’aria algerina. Uno spettacolo della natura.
Non potei resisterle.

-          Assomigli molto ad una mia amica su Facebook: Arabel. Non è che sei tu?
-          Di tutte le scuse che ho sentito per attaccar discorso con me questa è la più assurda senz’altro – mi rispose con un forte accento inglese. Ma non lo disse  con cattiveria. Lo disse sorridendo.
-          Posso offrirti dei cioccolatini?  Le avevo risposto rincuorato dal suo sorriso – Qui hanno dei cioccolatini al riso soffiato e pistacchio buonissimi: li chiamano Cri-Cri
-          Adoro il nome.  Sembra quello di un grillo. Sì, li accetto volentieri.

Il cameriere ne portò  un piattino. Anais volle anche un cappuccino.

-          Che fai qui a Firenze? – Le chiesi mentre assaggiavamo i cioccolatini
-          Faccio il Polimoda
-          Fashion design?
-          No, marketing. E poi canto
-          Canti? Non ci credo…
-          Beh ti faccio vedere

Tirò fuori il suo android ed andò su You Tube. Al caffè Floriàn la connessione era buona. In pochissimo tempo scaricò il video.
Era proprio lei.
La canzone aveva un titolo piuttosto diretto: Who the fuck do you think you are?
Però cantava bene ed aveva una bella voce anche se rauca alla Tom Waits. Cantava in coppia con uno dalla voce negra ma che in realtà era italiano, mi aveva detto lei, dalle parti di Milano: Bobby the Loner. Non avevo mai sentito quel nome.

-          Se ti va male il marketing hai sempre un’alternativa – le dissi – Canti bene. Sei brava
-          Grazie

Poi ci lasciammo. Ci scambiammo i numeri di telefono ripromettendoci di vedersi per un aperitivo una di quelle sere. Ma già sapevo che non ci sarei andato…non stavo ancora bene fisicamente. Avevo ancora paura ad uscire di casa la sera.
Bella Anais. Bellissima.  Una botta di vita. Troppo bella per me. Troppo di tutto…di tutto quello che non potevo, appunto. Ancora troppe paure ad uscire la sera. Ancora problemi allo stomaco che non mi permettevano una vita normale.

-          Sei favoloso – mi aveva detto Anais quando mi aveva lasciato.

Erano anni che una donna non mi faceva complimenti .
Che stessi migliorando? Un po’ ero dimagrito e mi sentivo meglio…forse avevo acquistato anche un aspetto migliore.
Le malattie lasciano segni profondi. Difficili da cancellare.



The world forgetting by the world forgot

Il giorno dopo era domenica..
Erano giorni di solitudine terribile. Di grande sofferenza. Forse non i peggiori, perché quelli li avevo lasciati alle spalle.

La mia mente aveva costruito nel tempo dei filtri selettivi ed eliminava automaticamente tutto ciò che maggiormente la disturbava e le creava sofferenza.
Ci ero riuscito senza ricorrere a farmaci o trattamenti psicoterapeutici invasivi. Avveniva tutto in modo naturale e di per sé. Avevo isolato il dolore e lo avevo eliminato dalla mente.

Erano giorni di un caldo insopportabile. Di un’afa opprimente. Un’estate terribilmente calda. Che mai cessava e toglieva il respiro e la voglia di vivere. Si sudava anche solo stando seduti in un caffè con l’aria condizionata. Dopo un po’ il corpo si abituava e non sentiva più il fresco.
Se non avessi avuto Matilde quella domenica pomeriggio, mi sarei suicidato.

Andavo spesso a trovarla nella sua casa arredata in modo barocco in quel paese della provincia di Pisa. Il Paese delle Fate e degli Gnomi, come lo chiamavo io.
Parlavamo più o meno sempre delle stesse cose.
Lei in compenso, ultimamente, aveva smesso di lamentarsi.

Avevo comprato, come tutte le domeniche,  “Il Sole 24 Ore” (ancora mi ostinavo a leggere i giornali in cerca di non so quale verità).
Mi ero seduto ad un caffè sulla terrazza di un centro commerciale.
Avevo letto il solito articolo di Guido Rossi,  di tutte le domeniche.
I mercati-  diceva – si insinuano nei sistemi operativi delle democrazie e in quelli dei loro governi come virus in sistemi operativi dei computer: come potenti stuxnet…inquietante e colpita da virus sembra la decisione del governo italiano di aver scelto la famigerata Goldman Sachs quale advisor sia per la cessione di Fintecna, sia a fianco della Cassa Depositi e Prestiti nello scorporo Snam, e in molte altre occasioni…

Le falsità e le ingiustizie formavano le direzioni del mondo, non le verità. Da sempre.
Ripensai alla storia dei Protocolli dei Savi di Sion.
Era una falsità storica e tuttavia aveva colto una verità; che alla base della direzione del mondo stavano gli imput che dava la finanza mondiale. loro creavano e distruggevano il mondo a loro piacimento.


Mi ricordai che un giornale autorevole aveva infatti scritto che l’ 8 febbraio del 2008 al Manhattan Townhouse, Crespi, Hardt & Co, si era tenuta una cena di vari personaggi ben noti della finanza mondiale per congiurare contro l’euro a favore del dollaro.  Nell’articolo si diceva anche che l’ acronimo Pigs fosse dovuto ad una campagna denigratoria partorita dalla Goldman Sachs…
Uno dei personaggi più influenti della finanza,  George Soros  che con le sue speculazioni nel ’92 aveva piegato parte degli Stati di Europa, veniva da una famiglia ebrea, che aveva subito le persecuzioni naziste.  Eppure gente come lui avevano di nuovo generato un olocausto di intere generazioni di giovani in Europa.
Quei giovani sarebbero stati privati non solo del lavoro ma anche della speranza di vivere. Dei loro sogni persino.
Come aveva potuto farlo,  lui che aveva conosciuto la barbarie nazista?
Che sangue scorreva nelle sue vene? Nelle vene di gente come lui?
Mentre i miei pensieri si incattivivano una donna dal culo enorme e dal ventre largo si venne a sedere accanto a me.  Non l’avevo invitata.
Parlava al cellulare una lingua dell’est che non capivo e mi fissava come se volesse invitarmi a chissà quale promessa.
La sua faccia era da troione sfatto e le sue promesse certo non potevano interessarmi.
Ripensai all’eleganza di Anais con cui avevo trascorso il pomeriggio del sabato e la confrontai con quel puttanone che mi si stava attaccando alla pelle come una zecca.
Il mondo a cui appartenevo io non era lo stesso a cui apparteneva lei.
Mi alzai. Raccolsi le mie cose e me ne andai senza un’idea di come avrei trascorso quel pomeriggio da cani.
Avevo le lacrime agli occhi.
La solitudine è un nemico invisibile eppure crudele.

Quel pomeriggio Kami una ragazza giapponese che avevo conosciuto un anno prima in chat su Facebook mi informò che presto sarebbe venuta a Firenze e avrebbe voluto incontrarmi .
Fu uno spiraglio che squarciò la tenebra.
Ero stanco di stare solo.
La solitudine è orribile. Non ci può essere felicità nella solitudine.

Matilde mi aveva telefonato per dirmi che saremmo andati al ristorante quella sera.
Sarebbe stata la prima volta dopo due anni. A causa della malattia allo stomaco non avevo più conosciuto aperitivi né ristoranti né pizze né viaggi.
Vivevo l’attesa come uno che stava per attraversare un campo minato. Mi stavo lentamente riabituando a mangiare un po’ di tutto ma ogni boccone di cibo non testato avrebbe potuto essere la mina che sarebbe esplosa.
La tensione era alta. Mi sentivo nervoso man mano che si faceva sera e si avvicinava l’ora.

Matilde quel pomeriggio tardava. Aspettava dei clienti al suo albergo e non poteva venire finché i clienti non fossero arrivati. Questo le creava uno stato di ansia perché sapeva quanto stavo soffrendo per l’attesa. Conosceva i miei problemi mi era stata accanto per tutto quel tempo.
Pensai che inviarle un sms l’avrebbe calmata.
Stai tranquilla. Non ti preoccupare. Va tutto bene. Non c’è problema.
Mi resi conto però che il senso di quel messaggio era più calmare me stesso che Matilde. L’angoscia per la cena al ristorante mi toglieva il respiro e opprimeva il torace.
Cominciai ad assaporare il sapore amaro dell’attesa con un certo gusto. Nella lentezza esasperata dell’angoscia vi trovai piacere.

-          Ho invitato anche Maurizia. Viene anche lei con suo figlio – mi disse Matilde non appena ci incontrammo al ristorante.
-          Chi è Maurizia?
-          E’ una ragazza che viene in palestra con me. E’ separata. E’ una bella donna…

Matilde aveva la fissa di farmi conoscere qualcuna delle sue amiche perché finalmente avessi una donna matura accanto a me. 
Ma a me piacevano le ragazzine. Le rughe mi facevano paura.

Il ristorante era a Montelupo Fiorentino. L’Osteria Livornese. Proprio sul fiume Pesa che attraversa il centro del paese e lo divide in due.
Eravamo sulla terrazza prospiciente al fiume. Era caldo e dal fiume sebbene fosse in secca saliva su una brezza che rinfrescava.
Quando arrivammo al ristorante la tensione mi aveva trasfigurato il volto. Erano quasi le otto. Non avevo mangiato da mezzogiorno. Temevo che mi venisse una delle solite crisi di fame che sarebbe finita in  tachicardie e fibrillazioni.
Quando avevo uno di quegli attacchi in presenza di estranei era deprimente. Il mio volto cangiava. Diveniva una maschera di sudore e sofferenza. La mia bocca si ritirava come se fosse inghiottita dallo stomaco.
Non era un bello spettacolo. Era visibile lo stato di malessere profondo. Chi era con me mi guardava sconcertato.

Il figlio di Maurizia, Daniele, all’apparenza sembrava timido.

-          Hai la fidanzata – gli chiesi

Si mise a ridere.

-          Sì, in un certo senso…ecco ancora non ci son proprio fidanzato
-          Sei in trattative insomma…
-          Ecco…sì…più o meno
-          Hai una foto?

Me la fece vedere.
Era una bella ragazzina di tredici anni, come lui.

Maurizia davvero era una bella donna ma aveva pur sempre cinquanta anni. E io con le cinquantenni non riuscivo ad esprimermi.
Non avevo la benché minima idea di che impressione le avessi fatto. Mi auguravo solo che le fossi parso uno stronzo. Allora mi piaceva passare per uno stronzo.
Nicole, in chat, mi diceva spesso che ero bossy and jerk , un PITA (Pain In The Ass).  Per me era un bel complimento.

-          Vuoi il numero di Maurizia? – mi chiese Matilde quando la riaccompagnai alla macchina.

-          No, Matilde. Non ho fretta. Posso aspettare. E poi…onestamente…di che ci parlerei con una donna così? Di figli? Di ex mariti? Di vacanze al mare? Di appartamenti da affittare? Di andare al ristorante?...ho più cose di cui parlare con te che con Maurizia. Non è la donna per me. Ci potrei  solo andare a letto. Scopare e basta. Ma dovrebbe essere una cosa veloce, non ce la farei ad andare tanto per le lunghe…


venerdì 31 maggio 2013

In Matteo Patrone memoriam





Ciao Matteo.
Io ti voglio ricordare cosi' come sei in questa foto anche se non e' la tua foto.
La vedevo tutti i giorni.
Quando mi chattavi questo era l' uomo che mi parlava.
Con te Matteo ho condiviso i momenti che credevo piu'sereni della mia vita. I momenti piu' angoscianti.
Era solo un rappporto di amicizia online di collaborazioni eppure profondo. Di un rispetto che talora era quasi amore.
Di persona ci siamo incontrati solo una mattina. Dieci minuti per un caffe' in una libreria di Firenze che adesso non c'e' piu'.
La Rete ci ha fatti incontrare. La Rete ci ha fatti camminare insieme per un po'. La Rete ora ci separa.
Ci disconnette.
Ma non il cuore.
Ciao Matteo.

Fabrizio

martedì 28 maggio 2013

This must be the place


La strada correva davanti a noi. Lunga e diritta. Era una fuga per un luogo lontano. Talmente lontano che non l’avremmo mai potuto calcolare.
L’auto correva veloce. L’estate era già incominciata. Ero vicino a lei e finalmente mi sorrideva. Io le tenevo la mano e lei mi guardava felice.
Il motore cantava.
Poi la strada è impazzita. La macchina è uscita di lato. E sopra un’altra è finita. No so che lei ha provato. Ma ancora sorrideva prima che io chiudessi gli occhi. Poi il cielo sopra è crollato e l’estate è sparita.
Vorrei sapere a cosa è servito vivere, amare e soffrire. Spendere tutti i giorni passati ora che son dovuto partire insieme a lei che ancora mi sorrideva.

Quando mia figlia ha aperto l’urna con le ceneri mi ha liberato.
Non brucia il fuoco ciò che non ha forma e non occupa spazio e non fa parte di questo mondo ma si espande ed è presente in tutto l’universo.
Avevano bruciato il mio corpo che mi aveva veicolato per tutta la vita ed ora ero finalmente libero.
E ora prendevo finalmente forma: la forma del Nulla.
Osservavo ora distaccato quello che vedevo. E tutte le sofferenze non vi erano più.
Me ne stavo lì guardando quelle persone. Le mie figlie soprattutto. E tutto quello che avevo sofferto non aveva più importanza.
Ora ero libero. Non c’erano più i problemi allo stomaco che mi avevano accompagnato per la parte finale della mia vita. Non avevo più fibrillazioni. Non avevo più ulcere. Non avevo più ernia iatale.
Ero come avevo sempre sognato.

Il mio bagaglio era leggero: portavo con me di tutta la vita solo tre ricordi: i miei genitori, le mie figlie, mia zia Primetta che mi aveva tanto amato in vita.
Ma ancora ero qui. Non riuscivo a staccarmi da quei luoghi e pochi ricordi. Vagavo intorno come se non sapessi che strada prendere.
Mi sentivo in attesa. In attesa di una chiamata. Sentivo che una porta stava per aprirsi e tuttavia non sapevo quando, come e dove.
Attendevo. Come ho atteso tutta la mia vita.

Mi domandavo che fosse rimasto di quel mondo che non mi era mai piaciuto e tuttavia era l’unico possibile.
Ho provato a chiamare le mie figlie di cui avevo appena dimenticato i nomi e non riuscivo a pronunciare ma ancora ne vedevo le fattezze e sentivo un richiamo.
Era come se avvertissero e si guardavano attorno spaesate. Qualche volta, quasi che sentissero una voce, guardavano su, in alto, verso di me. Ma non mi vedevano. Mi cercavano ma non mi vedevano.
Fra me e loro ormai c’era una grande distanza: un grande vuoto. E l’unica cosa che ci univa era il ricordo.

Guess that this must be the place








giovedì 18 aprile 2013

Questo è il paese dell’acqua



Questo è il paese dell’acqua. Una volta c’era il sole e la gente rideva. Ora non più.
Ora piove.
Piove.
Piove tutti i giorni. Piove e la gente non ride più. Hanno facce tristi e depresse. Senza colore. Forse anche senza odore.
E piove.
E’ maggio e piove.
Vorrei vivere in un paese dove non si debba mai lavorare. Dove la radice della parola lavoro, labor, è sconosciuta. Dove c’è sempre gioia e la carne non si disfa. Dove si muoia circondati da gioia come quando si nasce.
Piove.
Leggo “Libero”  l’unico giornale veramente di sinistra anche se è di destra.
Leggo “Libero” fra una tazza di caffè e l’altra, alla libreria Edison di piazza della Repubblica e guardo fuori la pioggia.
Ma che mese è? Che anno è? Che stagione è?
C’è una gran confusione in giro. Piero Fassino, sindaco di Torino, celebrerà il matrimonio di un ex brigatista. “Libero” lo critica. E perché un ex brigatista non ha il diritto di sposarsi? Ha ucciso è vero. Teniamolo in galera allora. Ma perché non dovrebbe sposarsi?
Monti dà i soldi alle imprese che avanzano crediti dallo Stato. Vanteranno una certificazione e potranno chiedere liquidità alla banca.
Ma sarà una liquidità pro-soluto o pro-solvendo? domanda un imprenditore. Bella domanda…quale sarà la soluzione?
Ho bisogno di un altro caffè.
Il PDL è allo sbando.
Decido per un cappuccino. Il barista mi dice che la libreria Edison chiuderà. Vi aprirà, si dice, un negozio di Abercrombie & Fitch.
- Ma non erano finiti i tempi del Global? Non si parlava ora di Glocalizing? – gli rispondo
- Forse il meccanismo non è ancora perfetto ed il Global è ancora più trendy che il Local in questo paese della pioggia dove ormai i cittadini non ridono più. E’ un paese senza umanesimo. Un paese di vecchi disumani al potere, dove i giovani vengono condannati a una vita senza futuro perché i vecchioni del potere glielo succhiano via dalla loro vita inutile – mi risponde
Tu sei laureato?– gli domando
Sì. In filosofia -

* * *

Ritorno al mio tavolo con il cappuccino e penso che vorrei innamorarmi ma vorrei innamorarmi di una ragazza giovane e vorrei che anche lei si innamorasse di me.
Bevo un sorso. La mente è più chiara. Per questo sono solo: non riesco ad innamorarmi di nessuna donna della mia età e nessuna ragazza giovane si innamora di me.
Le donne della mia età non le voglio. Con le loro rughe e i segni del tempo mi gettano in faccia la mia vecchiaia. Sono uno specchio della carne. Non mi piace guardarmi in quello specchio. Non voglio guardare in quello specchio la mia carne in decomposizione.

Ieri una signora giapponese al mio ufficio marketing ha voluto farsi una foto con me.

-          Bello! Bello! – diceva guardando la foto e non me

Ultimamente non mi piaccio. Mi odio. Sono ingrassato a causa della malattia. Non mi piaccio. Ma in quella foto ammetto che non ero male sebbene sempre troppo grasso ai miei occhi.

Poi però la signora giapponese ha visto una mia foto del 2006. Mi ha guardato. Ha guardato la foto. Mi ha guardato di nuovo e ha guardato di nuovo la foto.

-          Tu sei quello? – mi ha chiesto
-          Sì – ho risposto – nel 2006
-          Quale preferisce – ha domandato una collega – quello del 2006 o quello di oggi?

La signora giapponese ha taciuto un po’ delusa da quello presente e infatuata di quello del 2006.

-          Belli! Belli tutt’ e due! – ha concluso salomonicamente
-          Io preferisco quello di ora – ha detto la collega

* * *


Smetto di leggere il giornale. Accendo il notebook e vado sul muro di Facebook. Un’amica vi ha scritto:

Uno dei momenti più intensi della nostra – e altrui vita è quando la pupilla diventa calamita

Penso che davvero mi manca quel momento in cui gli occhi diventano una calamita alla quale non puoi più sfuggire. E gli occhi diventano il centro del mondo. E la tua testa gira. E il mondo attorno svanisce. E non vedi che quegli occhi. Occhi grandi. Occhi mondo. Occhi inferno. Occhi paradiso.
Con quegli occhi potrei vincere questa pioggia. Lo so. Con quegli occhi potrei ritrovare la felicità e riconquistare il mondo. Potrei trovare la via di casa come Ulisse e uscire da questo perenne viaggio che non porta da nessuna parte.
Una vita senza via d’uscita.
Spero solo che la pena faccia parte del processo redentivo.

* * *

Da Alessandro, il mio parrucchiere, due giorni fa ho visto però una bella donna sulla cinquantina. Brasiliana. Aveva lo sguardo giovane. Lo sguardo di una che pensa al futuro e mai al passato. Ecco quello sguardo poteva interessarmi.

-          E’ single – mi ha detto Alessandro
-          Io sono aperto a tutto – gli ho risposto
-          Si dice che fosse una ballerina di night ma è stata la madre migliore del mondo
-          A volte si fanno dei lavori che non si vorrebbero fare ma non significa che si è quel lavoro
-          Pensa che ha cominciato a venire da me quando io lavoravo da ragazzo di bottega molto prima che mi mettessi in proprio. Veniva con certe minigonne…non so proprio come non ho fatto a diventare cieco…

Quello sguardo verso il futuro non lo posso dimenticare. Quando rideva era un po’ volgare. L’ho sentita ridere con quel modo da battona. E quello mi ha eccitato. Le donne volgari mi hanno sempre fatto paura ma mi hanno sempre eccitato.
Le donne volgari sono indipendenti e difficili da controllare. Sono un po’ maschie.
Forse per quello mi fanno paura.
Mi piacerebbe parlarle. Mi piacerebbe carpirle l’incorporeo che sta a fondamento di lei.
Se afferri l’incorporeo afferri tutta la persona. La domini. La “vincoli” avrebbe detto Giordano Bruno.

Sono sicuro che anche lei sente il tempo che passa e lo soffre.
Una donna lo soffre più di un uomo.
Ma il suo sguardo mirava al futuro però. Lo ricordo bene. Non era lo sguardo di chi guarda indietro nostalgico. Ci vuole uno sguardo così per vincere questa pioggia e il dolore che si porta dietro.

Quando nel passato ero attratto da una donna pensavo sempre e solo a ficcarmela.
Ora invece no. Ora penso a quello sguardo rivolto al futuro. Forse è un modo più sofisticato e raffinato che solo l’età ti concede per distacco dalla tempesta ormonale che ti rende animale in gioventù.

Mi è rimasto il desiderio di guardarli da vicino quegli occhi senza passato e quel desiderio si è confuso con la pioggia che cadeva fuori oltre le ampie vetrine che danno sulla piazza. E senza una risposta ha continuato fino a svanire liquido e definitivamente, quasi fosse un essere mai nato perché ciò-che-non-è non abbia mai causa.

domenica 14 aprile 2013

(Microriflessione): El Diablo




Adelante! Adelante!
C’è un nuomo al volante
Ha due occhi che sembra un diavolo!
Adelante! Adelante!

Il diavolo appare.
Sembra il bene. Sembra il nuovo. Promette successo. Promette un cambio.
Promette.
Questo è il problema. Ti seduce con le promesse.
Il diavolo fa gli schemi. Ordina regole. Ma valgono sempre per gli altri e mai per se stesso.
Nel Movimento Cinque Demoni i condannati sono ineleggibili, ma lui, El Diablo, pur condannato per omicidio colposo, lui è eleggibile.

-         I Dieci Saggi hanno partorito un topolino

Se El Diablo non ce lo avesse sussurrato nell’anima nostra sempre in vendita al miglior offerente non l’avremmo certamente capito.
La funzione del diavolo è illuminare l’ovvio. L’ovvio è opaco e il diavolo è un grande illuminatore dell’opacità che regna in questo mondo.

-         Ma tu Diablo che hai partorito?
-         Mierda – risponde – sterco. Il mio sterco. E’ famoso lo sterco di Satana, no?

Hai l’occhio del diavolo, hai riccioli demoniaci, hai gli occhi infocati del diavolo e sempre incazzato con il mondo come un diavolo. Hai la natura del diavolo.

Io sono una parte di quella forza che vuole costantemente il male e opera apparentemente il bene

sabato 13 aprile 2013

(Microstoria) La resa del nano Brodolone



Nano Brodolone viveva a Palazzo Criminale. Lo chiamavano "nano" sebbene poi tanto nano non fosse. Ma l'appellativo gli derivava dal fatto che si diceva fosse figlio illegittimo di un altro ben noto nano della storia ignominiosa del martoriato Bel Paese che dai tempi di Machiavelli e Guicciardini non conosceva requie.
Si diceva che fosse figlio illegittimo del nano che fuggì al Sud alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
L'illegittimità doveva ben essergli rimasta nel sangue visto che aveva preso a perpetuare illegittime soluzioni di governo e bizzarre soluzioni politiche.
L'ultima sua creatura era stato un inutile consiglio di Dieci Saggi, che avrebbe dovuto portare a soluzione una crisi secolare di mancanza di governi stabili e fosse pure capace di fare del Bel Paese davvero un Bel Paese.
I dieci saggi erano vecchi come vecchio era Nano Brodolone.
Tutti in quei palazzi erano vecchi e privi di ormoni e tuttavia si ostinavano a partorire idee che avrebbero dovuto cambiare il paese. Ma inutilmente.
I Dieci saggi presto si rivelarono pasticcioni ed assolutamente inutili.
S riunivano sempre ma sempre ma senza costrutto. La vecchiaia è sterile.Non ha più la forza di osare. Non ha più l'ingenua freschezza della gioventù.
Alla fin fine anche Nano Brodolone incacchiato esclamò: 

- Solo de la colaboración entre los partidos puede salir el nuevo Gobierno que el país necesita urgentemente

Si rese conto che era tempo di succedere

- Será mi sucesor quien deberá sacar las conclusiones

Anche i Dieci Saggi, che proprio stupidi non erano, avevano fin da subito intuito che quella sarebbe stata la conclusione. Tuttavia pur di aver l'incarico avevano finto di crederci.
La paga era alta. L'esposizione ai media assicurata. E il titolo di Saggio in fondo lusingava.
E dopo gran consigli e riunioni i Dieci Primati del Paese partoriron gran conclusioni:

1)      que el Senado se convierta en una especie de cámara autonómica, que el número de diputados se reduzca de 630 a 480 y el de senadores de 315 a 120, que la ley electoral se sustituya por otra inspirada en el modelo alemán, el español o tal vez en uno mixto
2)      una reforma fiscal, por potenciar el turismo y por valorar como se merece el inmenso –y a menudo muy descuidado—patrimonio cultural 
3)      que la financiación de los partidos políticos no se puede eliminar del todo –como propone el Movimiento 5 Estrellas 
4)      la falta de trabajo es el principal problema de Italia, y alarmantes los índices de pobreza

El Nano Brodolone aveva capito. Aveva capito che era meglio batter ritirata. E come il suo augusto progenitor si accingeva a salpar di notte per il Sud





domenica 7 aprile 2013

(Microracconto) Io mi chiamo M.



Io sono il Professor M. In Italiano M. è ambiguo E poi Nomen Omen.
M. mi ha ossessionato tutta la vita. Io vengo da un’importante famiglia milanese. I signori M. Che però non significa Milano. A scuola tutti mi prendevano in giro perché mi chiamo M. Anche mio padre lo prendevano in giro perché si chiamava M. E anche mio nonno e il nonno del mio nonno…Insomma noi siamo proprio una famiglia di M.
Mio padre parlava tre lingue. Io parlo italiano ma capisco solo l’inglese.
Io ho la stessa età di Mick Jagger ma sembro suo nonno. Sarà per l’effetto M. che mi porto addosso?
Noi a Milano abbiamo una casa grande. Ora ho comprato anche delle ville. Eppoi mi sono insediato alla Bocconi.
Ma non mi bastava. Noi M. dilaghiamo. Abbiamo bisogno di stenderci dovunque. Siamo fluidi quasi diarroici. E allora i fratelli della loggia M. mi hanno messo a Palazzo Grigi. Nel centro di Roma. Avevo bisogno di invadere. Invadere. Spandermi dovunque. Appestare.
A palazzo Grigi faccio il primo ministro. Il lavoro più consono per noi M.
O meglio, lì faccio il fantoccio. Faccio quello che i fratelli della loggia M. mi dicono di fare. Noi M. non pensiamo. Noi M. obbediamo e ci espandiamo.
Però guadagno tanto.
Ho studiato alla contea di Nottingham. Lì sono diventato professore di economia.
Ho imparato a prendere, prendere e prendere. Nella famiglia M. quanto più prendi più espelli. E’ nella nostra natura.
Si dice che c’è gente che si uccide perché li avrei ridotti in mutande. Mi dispiace. Non posso farci niente. Io sono il signor M. Nomen Omen.
Dove passo io nemmeno l’erba cresce più.
Non ricordo ma mi pare che a scuola mi avessero insegnato che c’era un altro, che dove passava lui non cresceva più l’erba. Non ricordo il nome. Ma di sicuro non cominciava per M.