sabato 16 ottobre 2010

Da "L' ETERNO RITORNO" - Un’ email di Hannah su Angelika e me


Il libro è ordinabile a Akkuaria editore: veraambra@akkuaria.com


Un’ email di Hannah su Angelika e me

----- Original Message -----
From: Hannah
To: Fabrizio
Sent: Friday, December 22, 2006 5:04 AM


Dear Fabrizio,

It is after midnight and I just fetched my computer to sit under the blankets in
my bed and write you, briefly, in my own language. I was lying awake thinking
about you. Thinking you deserved better than that misspelled inarticulate
letter. Remembering what you said and what I observed of your relationship with
Angelika.

I want for you what I once wanted for myself and gave up on long ago.that you
can live out the rest of your life "in" love. In its warmth and protection. As
I think you have loved Angelika, and been loved by her, I hope this crisis
passes and you continue together. I ask myself if you could go live in Austria
and then remember your family and know how hard that would be. But I can
imagine that for her too it is difficult to live, and age, in another country.


Fabrizio you and I live our experience with different metaphors, different
ideas.you write of Angelika's daimon that does not want her to be happy. I can’t
understand that way of speaking. I also remember your saying (as we were
descending a path in the Boboli) that you sometimes felt she was giving up the
struggle, and you hated to see that.as she was proud, and 'fiesty' we would
say in English, and you loved that in her.

You speak of the daimon.and I, perhaps because I am still only months away from
my mother's death, but also because everyone I saw in California is ageing, and
some seriously ill..I think life itself, in its very structure, is certainly
not made for our happiness. And for just that reason I wish for you all the
stubborn determination necessary to forge happiness for yourself, and for those
you love, out of nothing if necessary.

An uncle of mine, ill, recently wrote."when there is no reason for hope one must
create it."

I hope for you Fabrizio.first of all that you will hang on to your hope. Then
that your relationship will survive this crisis if that can be, and if it is
not to be that you will survive its end without becoming bitter.....that would
demean you. And without denigrating in any way a love that has lasted for
years. Of which you have been worthy.

What can I say? I remember your standing beside a train track. And the way your
collar was turned up against the cold. I remember your saying the winter was
hard for you. I care for your well-being very very much. Take care of yourself
knowing that you are esteemed and cherished.
I embrace you dear friend.

Hannah[1]
[1] Caro Fabrizio,
è passata la mezzanotte e mi sono portata il computer nel mio letto per mettermi sotto le coperte e scriverti, brevemente, nella mia lingua. Ero distesa e pensavo a te. Pensavo che meriti qualcosa di meglio che una sgrammaticata ed inarticolata lettera (in italiano). Ripensavo a ciò che tu hai detto e osservato sulla tua relazione con Angelika.
Vorrei che tu avessi quello che io volevo per me una volta ma ho lasciato perdere..: che tu possa vivere il resto della tua vita “nell’” amore. Nel caldo della sua protezione. Siccome penso che tu abbia amato Angelika e sia da lei stato amato, spero che questa crisi passi e continuiate insieme. Mi chiedo però se tu potresti andare in Austria e poi ricordarti della tua famiglia e forse allora sapresti quanto duro sarebbe.. Posso immaginare che per lei anche era difficile vivere e invecchiare in un altro paese.
Fabrizio io e te viviamo la nostra esperienza di vita con metafore differenti. Idee differenti. Tu mi scrivi che il demone di Angelika non vuole che lei sia felice. Non riesco a capire quel modo di parlare. Mi ricordo anche quando dicevi (quel giorno che a Firenze stavamo scendendo un sentiero per il giardino di Boboli) che tu qualche volta sentivi che lei stava rinunciando a combattere, e tu odiavi questo. Perché tu l’avevi conosciuta come orgogliosa e “fiesty” (una botta di vita) diremmo in inglese, e tu l’avevi amata proprio per quello.
Tu parli di demoni e io, perché è passato solo pochi mesi dalla morte di mia madre, ma anche perchè tutti quelli che ho visto in California stanno invecchiando, e alcuni sono seriamente malati…penso che la vita in sé, nella sua stessa struttura, non è certo fatta per la felicità. E per questa ragione vorrei che tu avessi tutta quella determinazione possibile per crearti da solo la felicità per te e per tutti quelli che ami, anche dal nulla se necessario.
Un mio zio, malato, di recente ha scritto: “Quando non c’è nessuna ragione per avere una speranza una se la deve creare.”
Spero, per te prima di tutto, che tu possa restare attaccato alle tue speranze. Poi che la tua relazione sopravviva a questa crisi se lo potrà, e se non che tu sopravviva alla sua fine senza diventare cinico…che ti avvilirebbe. E senza denigrare in nessun modo un amore che ha durato per anni. Di cui sei stato degno.
Che posso dire ancora? Mi ricordo di te che stavi vicino al binario. E il modo il tuo bavero (del cappotto) era tirato su contro il freddo dell’inverno. Mi ricordo di te che dicevi che l’inverno era duro per te. Abbi cura di te stesso, tanta. Abbi cura di te e ricordati che tu sei amato e apprezzato..
Ti abbraccio mio caro amico.
Hannah

GORBACIOF di Stefano Incerti


Gorbaciof

REGIA: Stefano Incerti.

ATTORI:Toni Servillo, Yang Mi Geppy Geijeses Gaetano Bruno Hal Yamanouchi.

GENERE: Drammatico

DURATA: 85 min.


Un mostro cammina per Napoli. E’ Marino Pacileo, detto Gorbaciòf (Toni Servillo). A lui si aprono tutte le porte anche quelle del carcere di Poggioreale, una dopo l’altra, dove fa il ragioniere e si “fotte” tutti i soldi per il gioco d’azzardo.

Gorbaciòf, il mostro, cammina a scatti come una marionetta, non parla mai ma si muove secondo un moto perpetuo. Lavora in un posto squallido, con gente squallida, vive in un appartamento squallido, dove di notte mangia in cucina in piedi ed in mutande.

E poi frequenta un ristorante della Chinatown di Napoli dove si gioca d'azzardo e anche qui una dopo l’altra gli si aprono tutte le porte.

Gorbaciòf è un bullo rispettato i cui giorni scorrono sempre uguali nella forza della sua assurda indifferenza per questo uguale che lo rende impermeabile a tutto e perciò invincibile. Gioca forte, vince forte e mena forte. E’ un uomo d’azione. La parola gli è sconosciuta, tutt’ al più ammicca. Ma vince ed è forte.

La sua forza è nell’indifferenza alla vita, nella noncuranza del mondo che lo circonda. Lui pare più forte del mondo, ma il mondo invidioso di questa sua forza aspetta paziente e infine lo tenta. L’invidia del mondo prende le forme di Lila (Yang Mi). Una cinese bellissima. Alta. Perfetta. Statuaria. Sembra uscita da Vogue.

E Gorbaciòf, uomo indifferente all’ assurdo insignificante della sua vita si lascia tentare dal significato della bellezza. Lui che è di una bruttezza straordinaria trova un senso fuori dal nichilismo in cui è gettato nella bellezza straordinaria di Lila. Si apposta la aspetta la e pedina. Le regala soldi. La salva dal padre che per pagare i debiti di gioco vuole farne una prostituta. Ma nel mentre che salva Lila, Gorbaciòf si prepara il suo destino. Chi dice donna dice danno. E Lila sarà il suo danno. La via per cui il mondo invidioso della forza di Gorbaciòf lo dannerà.

In fondo Gorbaciòf è l’ Accattone del 2010. Il film di Pasolini finiva con un “Mo’ sto bbene!” di Accattone (Franco Citti) quello di Stefano Incerti finisce con lo sguardo impaurito di Gorbaciòf morente verso un alto indefinito.

E’ Un film che per stile gode di ottima fattura filmica. Assume colorature di un neorealismo che sta assimilando toni da cinema internazionale. Un neorealismo innovativo, finalmente. Ci sono momenti belli da un punto di vista filmico, come quando Gorbaciòf pedina Lila al mercato o come quando si ferma in mezzo al traffico, al centro della strada, indifferente alle macchine che gli passano veloci ai fianchi. Indifferente al mondo e alla morte. Notevoli anche le inquadrature del volto di Lila.

Al critico (cioè al sottoscritto) il film non è completamente dispiaciuto, ma il critico ha di sicuro gusti un po’ troppo peculiari e magari (e diciamolo pure!) pretenziosi. E tuttavia il critico almeno una qualità ce l’ha: cerca sempre di mettersi nei panni dello spettatore medio.

E può essere allora che il commento ad alta voce di uno spettatore medio, vicino ad una signora media, che gli si era addormentata accanto, dipinga bene l’essenza del film: un’ ora di film per vedere giocare a carte!

Beh in effetti l’azione come i dialoghi sono un po’ ridotti all’ osso. Forse troppo all’ osso.

lunedì 11 ottobre 2010

"Una sconfinata giovinezza" (una sconfinata noia!) di Pupi Avati



Una sconfinata giovinezza
REGIA: Pupi Avati

ATTORI:
Fabrizio Bentivoglio
Francesca Neri
Serena Grandi
Gianni Cavina
Lino Capolicchio.
GENERE: Drammatico
DURATA: 98 min




Il film narra la storia di Lino Settembre (Fabrizio Bentivoglio) e di sua moglie Francesca (Francesca Bruni). Lui brillante giornalista sportivo e lei docente universitaria di lingua latina. Sposati ormai da anni vivono una vita bella e confortevole in un altrettanto bellissimo appartamento che ben pochi oggi si possono permettere, e si avviano verso una vecchiaia che potrebbe essere felice ed agiata se i segni di una malattia incipiente (Alzheimer), che colpisce Lino, non venissero dapprima ad inquietare e poi distruggere la loro serena e duratura unione.
Messa così la storia potrebbe essere interessante, ma a me a purtroppo i film di Avati pongono sempre domande cattive (con tutto il rispetto per la persona Avati, poiché questa è solo una critica al suo lavoro di regista).

Prima domanda: ma da quanti anni Pupi Avati fa lo stesso film? Io non me lo ricordo. Forse da sempre.

Seconda domanda: ma perché gli attori, bravissimi tra l’altro (bravo soprattutto Fabrizio Bentivoglio e brava Francesca Neri, ormai invecchiata con Pupi Avati), recitano con quella voce stanca e (in)dolente che crea un clima pesante ed irrespirabile fin dall’inizio?

Pupi Avati fa i film a colori, ma perché? Potrebbe farli anche, meglio, in bianco e nero dato che i suoi film son solo chiaro e scuro, con l’eccezione del color cartolina ingiallita per caratterizzare i ricordi (spesso patetici).

Altra domanda: ma Pupi Avati in che epoca vive? Non lo so. Forse la sua epoca è da collocarsi fra il 1940 ed il 1960. Difficilmente va oltre. In questo film almeno ci prova ma subito fugge all’ epoca che Gastone Nencini vinse il Tour De France (1960 appunto). L’ Italia odierna a Pupi Avati fa male e forse nemmeno la conosce. Ciò che conosce bene invece è un sauro in via di scomparsa ma ancora tenace: la borghesia rammollita che tuttora vive ascosa in bellissime ville ascose e che popola questa pellicola da cima a fondo.

Certo vedere la vita di un giornalista di successo (Fabrizio Bentivoglio) che decade per una malattia come l’Alzheimer non può lasciar indifferenti e non può non provocare una partecipazione emotiva al film. Non si è cani. Ma a parte la sofferenza dell’essere umano, che valori trasmette questo film? Quelli di una borghesia spaesata, debole, rammollita, timorosa ed in via di estinzione? Non c’è gioventù in questo film, c’è solo cattiveria, dramma all’interno di famiglie che covano piccole e grandi mostruosità sotto le ceneri

Chiedo scusa (a Pupi Avati) ma io questo film non l’ho retto. Me ne sono andato via a metà, preferendo una bella domenica di tiepido sole di ottobre e la folla rassicurante che sciamava per le strade ed invadeva i negozi per fare shopping alla noia irritante provocata dal film.

Ma perché Pupi Avati non si ferma per un po’e ha l’umiltà di provare a rinnovarsi? Questi film già li faceva Visconti. Ma erano altri tempi altri gusti e altri valori.

domenica 10 ottobre 2010

CONSIGLI PER ACQUISTI FILM IN DVD "Fratelli in erba" di Tim Blake Nelson



Fratelli in erba

Regia: Tim Blake Nelson







Attori:

Edward Norton

Keri Russell

Richard Dreyfuss,

Susan Sarandon

Josh Pais

Titolo originale: Leaves of Grass

Genere: “Commedia

Durata: 105 min.

L’inizio ti trae in inganno. Sembra una commedia americana di quelle brillanti. Due fratelli gemelli: uno, Bill Kincaid (Edward Norton), professore universitario e genio della storia della filosofia, l’altro un freaky, Brady Kincaid (Edward Norton), genio bizzarro della coltivazione della marijuana. Il primo viaggia a gonfie vele con il vento del successo in poppa, il secondo viaggia alla grande nei casini, nei debiti e nell’incubo di essere ucciso da un trafficante di droga ebreo dalla faccia pulita (Richard Dreyfuss), perché è benefattore dello stato di Israele: ogni centesimo che guadagna con la droga lo invia allo Stato di Israele, per sostenerlo.

Ci sono come in tutti i film commedia brillanti le solite side stories, personaggi secondari, per cui si dipana la classica storia hollywoodiana, come l’incontro in aereo con un personaggio secondario (Josh Pais) che però si rivelerà importante nell’economia del plot (trama del film): un odontotecnico dalla faccia dai tratti tipicamente giudei e dall’aspetto ambiguo, curioso e ficcante.

O come la ragazza (Lucy DeVito) che tenta di violentare Bill, il professore, nel suo office, ma in realtà per un fraintendimento (misunderstanding) e per l’invidia finirà per essere accusato il professore di molestie sessuali.

Il fratello freaky, Brady, per uscire dalla sua situazione disperata, architetterà un piano facendo ritornare il fratello genio della filosofia, Bill, a Tulsa il paese in cui Brady vive e da cui Bill era fuggito molti anni prima a causa di un rapporto difficile con la madre (Susan Sarandon) e di sue angosce personali. Con questa partenza la commedia scivola via veloce, con dialoghi di un certo spessore culturale e filosofico che corrono tanto sulla bocca del fratello freaky che su quella del genio filosofico e di una poetessa (Keri Russell) che Brady incontrerà a Tulsa e di cui si innamorerà.

Poi il film cambia passo: tragedy! d’ improvviso si fa tragedia. L’incontro con la madre che Bill ha ablato via dalla sua vita (per sempre credeva..) e il fratello, Brady, che si trasforma in un assassino.

Omicidi, blackmail, ricatti, accelerano il film e lo rendono più coinvolgente.

Infine con un altro scarto improvviso Bill si trasforma da filosofo a Golem, gettato nel mondo corrotto a togliere il marcio e redimere la quotidianità.

Il finale è avvincente ed inatteso.

E’ alla fine un film mutante dominato da una struttura da commedia imbevuta della coloritura dei fratelli Cohen: la redenzione dall’assurdo quotidiano.

E’ un film moderno, che cerca di unire stile e generi diversi.

Un film che, parafrasando quanto Emily Dickinson diceva di Walt Whitman (che aveva scritto la raccolta di poesie “Leaves of Grass”, titolo originale del film in inglese ed a cui il film evidentemente si rifà), prefigura molti addii, ma mai l' ultimo.

Bravissimo Edward Norton, nel doppio ruolo (soprattutto nella doppia lingua: americano standard, Bill Kincaid, e accento dell’ Oklahoma, Brady Kincaid) .

Tre stelle (ma di quelle vere! Non da Sole 24 Ore)

Inception


Inception


REGIA. di Christopher Nolan.

ATTORI:

Leonardo DiCaprio

Ken Watanabe

Joseph Gordon-Levitt

Marion Cotillard

Ellen Page

GENERE:Azione

DURATA 142 min.

Che dire di questo film? E’ certamente il film del momento, certamente uno dei più attesi.
Ha una pienezza di immagini che è davvero impressionante, com’è nei film di Nolan. Una pienezza e una forma di immagine che ti fa pensare “Oh! Questo è cinema!!” non televisione (cosa che invece molti confondono…).

Credo che pochi registi siano in grado di creare immagini di una tale forza espressiva come Nolan. Anche le musiche che accompagnano il film sono di un impatto inquietante pari a quella di The Dark Knight (2008).

Detto questo (la parte più positiva), credo che in questo film ci sia troppo. Troppa pienezza, troppa forza visiva, troppa azione, troppe strutture collaudate del cinema americano. Onestamente questo film mi ricorda molto nella struttura Blood Diamonds di Edward Zwick (2006), Revolutionary Road di Sam Mendes (2008) e last but not certainly the LEAST Shutter Island di Martin Scorsese (2010).

Un film costruito sul personaggio Di Caprio sempre più votato (condannato? incapsulato? o tailor-made?) ad un certo tipo di personaggio? Il sospetto viene.

Bella l’idea di entrare nei sogni e manipolarli fino a rimanerci intrappolati. Addirittura costruire sogni a più livelli: il sogno dentro un sogno che a sua volta è dentro un altro sogno…Qualcosa che in parte sta già avvenendo: Deirdre Barrett (evolutianary psychologist alla Harvard Medical School) riesce ad influenzare i sogni con una tecnica chiamata “dream incubation”, una tecnica che ridotta ai minimi termini sarebbe: se vuoi sognare un particolare soggetto o problema devi pensare intensamente a quella persona, soggetto, problema, una volta che sei a letto e cercare di formare un’immagine relativa – i sogni infatti sono molto visuali – e lasciare quell’immagine nella mente mentre ti addormenti ( beh basta leggere comunque “Gli esercizi spirituali” di Ignazio di Loyola per ritrovare un’analoga tecnica di focalizzazione).

Insomma, molto sorpreso che Il Sole 24 ORE dia 4 stelle ad un film che a mio giudizio non va e non può andare oltre le 3 stelle (ma scarse).

sabato 9 ottobre 2010

da "IL RITORNO CHE NON VOLEVO" - Astrid se n'e andata


Astrid se n’è andata, mi ha lasciato solo in questo grande appartamento. Era novembre quando se n’è andata. Era freddo fuori, c'era la nebbia e nascondeva la valle. Dal balcone non potevo vedere nulla. Pareva un mare di latte da cui solo qualche cima di albero sbucava come fossero dei piccoli isolotti verdi.
L'appartamento era freddo. Non potevo accendere il riscaldamento. Non avevo soldi. Ero davvero con il culo a terra. Il conto in banca era in rosso. Dovevo pagare l'assicurazione e fare la revisione alla macchina. Così non ce l'avrei fatta.
Astrid se n' è andata e ha lasciato tante cose da pagare.
Non ho molta scelta su come andare avanti. I soldi misurano le possibilità di un uomo. Senza quelli le possibilità si restringono.
Mio padre mi ha chiamato ieri sera. Gli faccio pena in questo grande appartamento tutto solo al ghiaccio, con indosso una mantella che mi ha regalato Judith prima di ritornare in California. Anche a lei ho fatto pena e allora mi ha regalato questa mantella.
- Ecco con questa almeno ti riparerai un po' dal freddo - mi ha detto dandomi un bacio sul binario del treno prima di partire per l'aeroporto di Pisa.
Ma anche lei mi ha lasciato. Mi ha amato ma mi ha lasciato. Erano vacanze. Era un amore a tempo. Tutti i miei amori sono a tempo.
Ora sono davvero solo e non so se accettare l' offerta di mio padre. Ritornare a vivere con loro. Con i miei genitori. Certo almeno mangerò. Almeno avrò un tetto sotto cui dormire senza pagare l'affitto. Almeno pagherò i debiti che Astrid si è lasciata dietro come la scia di un battello sulla superficie di un mare apparentemente calmo.
Ho cinquanta anni e sto per diventare uno splendido bamboccione. Un bamboccione di mezza età che vivrà alle spalle dei suoi genitori la cui generosità è pari alla loro età. Ormai sfiorano i novanta.
Me ne vergogno ma non ho scelta.
II

Astrid se n’è andata perché è crollata. La verità è questa. E’ crollata in tutto e definitivamente. Non era più l’angelo biondo che io avevo conosciuto, quando è partita.
Quando mi ha lasciato era gonfia, era ingrassata. Il dottore le ha detto che aveva la sindrome del pesce fuor d’acqua. L’ Italia non era il suo elemento e per sopravvivere si gonfiava, si creava un suo modo di resistere interiormente ad un mondo che le era estraneo, così come fa il pesce fuor d’acqua che si gonfia per trattenere tutti i liquidi affinché possa sopravvivere senz’acqua. Così Astrid tratteneva tutti i suoi liquidi per sopravvivere fuori dal suo mare, lontano dal suo elemento. E’ ritornata in Islanda da dov’era venuta. Ma vi è ritornata non quella che era venuta via. E’ un’altra persona ora e forse nemmeno più si riconoscerà in quel paese dove è nata e cresciuta. E’ quasi un ritorno impossibile il suo.
E’ incredibile quanto la vita possa cambiare e trasformare nel corso degli anni. Il tempo è un fiume in continuo divenire e davvero non ci si bagna mai due volte nella stessa acqua.
Ho fatto di tutto per aiutarla.
In quei giorni che l’amavo avevo due lavori . Uno era quello all’ufficio di marketing e l’altro cominciava quando finiva il primo, non appena ritornavo a casa. Ero diventato il suo personal-motivator, di fatto. Non facevo che motivare Astrid. La amavo e vederla così infelice mi faceva star male. Non potevo sopportarlo.
Ma alla fine non è valso a nulla. Veramente a niente, mi rendo conto.
E ora devo ricominciare. Certo non è facile dopo anni di convivenza ritrovarsi da solo e dover ripartire. Ti manca la presenza di quella persona con cui convivevi e ogni angolo ogni centimetro dell’appartamento dove hai convissuto non respira che lei, non ricorda che lei. E’ pieno di un fantasma che non abbandona più quel luogo. Lo infesta, lo impregna del suo freddo, del freddo della sua assenza.
Ecco, quello che si è lasciata dietro è un grande gelo. Il gelo di un inverno che è appena cominciato e mai finirà. Il gelo di un amore che è stato spezzato e un giorno si trasformerà in odio incolmabile che non conoscerà pace.
Un giorno dimenticherò le cose belle che abbiamo vissuto insieme. E il ricordo della sua scontentezza, della sua perenne insoddisfazione sarà l’unica cosa che rimarrà di otto anni vissuti insieme.
Yukio Mishima diceva che “la salute delle donne è fatta di molte malattie”. E’ infatti impossibile capire fino a che punto siano autentici o pretesi i drammi di una donna.
Ciò che la muove fondamentalmente è un humus di perenne insoddisfazione, di mancanza di stabilità. Prima vuole il marito, poi vuole i figli. Poi vuole la libertà. Ed infine c’è il rimpianto di aver distrutto anche quello che di bello aveva costruito ma non aveva saputo cogliere nel momento stesso che l’aveva raggiunto.
III
Quando si è giovani ci si fa ingannare da questa sete che la donna si porta dentro. Una sete inestinguibile fatta di slanci e di depressioni, di paure che si camuffano in ischemie uterine che ti travolgono e alla fine ti fanno suo succube.
Solo con gli anni e l’esperienza impari che non devi prenderli sul serio questi cambi di umore, questo riproporsi ciclico di insicurezze che sembrano invece più forti delle tue sicurezze.
La donna nega per affermare. Afferma per negare. Odia quando ama e ama quando odia. E’ il suo gioco. Gioca a spiazzarti, perché vede che tu arranchi e ti affatichi a seguirla. E lei ama farti soffrire e farti cadere nella sua rete di continui cambiamenti di stati di umore.
Ma ora lo so e non ti inseguirò più, Astrid. Non verrò in capo al mondo, fino a Reykjavík, per implorarti. Adesso mi preoccuperò di me. Non voglio cadere nel baratro dei debiti, nel buio della disperazione. Cercherò la luce per risorgere. Da ora in poi sarò egoista per imparare a dire “no”. E imparerò a vivere per me.
Cercherò solo l’ amor proprio.
La mia infelicità era quella di una persona che non sapeva dire di no. Ma ora ho incominciato un punto di non ritorno. Di non ritorno al bravo ragazzo che ero. Di non ritorno alla generosità, alla pietà per le tue malinconie, per le tue lune, per le tue autocommiserazioni.
All’età di cinquant’anni so che posso ricominciare. La vita ancora non mi scivola fra le mani. Ancor posso trattenerla e farla mia. Ancora sono padrone del mio corpo. Ancora ho fascino da vendere. Ancora posso incantare donne più giovani di te, ne sono sicuro. Tu cercavi in ogni modo di farmi sentire vecchio, insicuro. E io cretino ti venivo dietro. Cadevo nel tuo gioco.
Judith ne è stata la dimostrazione. Judith era dieci anni più giovane di te. Eppure mi ha trovato interessante. Mi ha amato. Mi ha baciato mi ha accarezzato ha fremuto alle mie carezze ha goduto ad essere penetrata in tutte le sue estremità. Ha amato la mia intelligenza soprattutto.
Judith mi ha fatto capire che posso ricominciare. Che posso farcela e che non fallirò.
Abbandonerò finalmente questo appartamento che è divenuto la tomba fredda di una morte che impende sopra la mia testa e che non posso allontanare se non fuggendo da questo antro dove solo le ombre abitano, dove perfino la luce ha paura ad entrare.
Mi fa male lo stomaco, ho la nausea. Ho paura, anche. Ho paura della solitudine. Ho paura delle certezze che non ho più. Ho paura di non farcela. Ho paura che un giorno ti odierò e non ti amerò più, Astrid.

FAREMO LA FINE DEI PALESTINESI?


Adesso capisco perché quando uno invecchia preferisce morire piuttosto che vivere. Semplicemente non riconosce più il mondo in cui è cresciuto.
Ma che Italia è divenuta questa mi domando, passato che ho la soglia di mezza età? Io non mi ci riconosco più. E' un' Italia dove gli italiani sono una minoranza debole: parlo di quelli che lavorano onestamente tutti i giorni, che tutte le mattine si alzano e vanno al lavoro fino alla sera, cenano e vanno a letto. Così tutti i giorni dell' anno. Trecentosessantacinque giorni all'anno: "i palestinesi", che vivono circondati e invasi dall'altra Italia, quella colorata e variegata da tutte le razze, la cui maggioranza non rispetta nulla e ci deride anche. Dell' Italia dei treni da carro bestiame, dove regna il puzzo e la sporcizia assoluta e solo "i palestinesi" pagano il biglietto e la maggioranza forte, quella colorata, mai. E' un' Italia maleodorante di sporcizia e delinquenza, dove c'è sempre più gente che non si lava e non rispetta le regole. Puzzare e non rispettare le regole è un must, ormai.
E' un' Italia in via di indebolimento e di messicanizzazione del territorio, perché ormai, per paradosso, ci vogliono i soldati dappertutto per difendere la libertà non solo dei propri diritti ma anche del semplice bisogno corporeo di camminare in pace per le strade o viaggiare in treno senza essere molestato o usurpato.
E' l' Italia delle veline e dei calciatori, dei modelli e delle modelle. E' l' Italia in cui ormai nessuno pensa che sia anche necessario lavorare oltre che giocare al lotto o fare la rissa in TV.
E'l' Italia del quanto sei più grosso e picchi più diritti hai.
E' l' Italia di una sinistra che sa solo incarnare perfettamente l' indebolimento della volontà di un occidente in declino, di una società troppo fondata sul solo consenso sociale e che ha perso la forza delle società fondate sulla dimensione morale.
E' l' Italia dell' eterna crisi perché incapace di quel consenso sociale e morale di tutte le parti che sta alla base delle economie forti. E' un' Italia che a furia di secolarizzarsi ha perso i valori forti ed è divenuta astenica. E' l' Italia di un capitalismo globale e selvaggio che soffoca le masse nella corsa rapace del profitto e basta.

FERMIAMOLA! I palestinesi (quelli veri) almeno ci provano.